— Creda — balbettò egli, — creda, signor padre, ch’io non ho proprio colpa se stamattina...

Il conte balzò in piedi, stese il braccio, appuntò l’indice all’uscio.

— Non voglio più sentir la tua voce! — gridò. — Via, cattivo soldato! Via, cattivo suddito! Via, pessimo figlio!

Massimo chinò il capo ed uscì.

Si fermò tosto in mezzo all’anticamera; il cuore gli batteva fitto fitto, si sentiva fischiar gli orecchi, non aveva nella mente un pensiero fatto, ma una sì strana confusione d’idee che pareva gli dovesse togliere il senno.

Rimasto così alquanto, le mani, che teneva su gli occhi, discesero lungo il volto, poi giù per la persona; la sinistra si posò sulla spada.

Se la strappò dal fianco con furia, la sbattè violentemente per terra.

XI.

L’avvocato Oliveri, un po’ impensierito dello stato in cui vedeva sua figlia, cominciò a pensare se non sarebbe stato opportuno di ricondurla a Torino. Si provò a parlargliene a varie riprese:

— Adesso — diceva egli, — adesso verranno le piogge e la campagna perderà tutte le sue attrattive. In città almeno ci sono i portici! Quando il tempo è bello, abbiamo il passeggio della Cittadella... La sera vien sempre qualcuno per fare un po’ di conversazione... Una piccola società, che quando si acquietassero le cose, potrebbe diventar di nuovo più numerosa. Tu sai che è sempre stato il mio sogno, fondare in casa mia una Colonia di Pastori. La proposta era già stata accolta calorosamente da parecchi amici, uomini serii, colti, garbati; quando patatrac! nel maggio del ’94 venne l’editto che chiuse i casini, i caffè, proibì tutte le riunioni anche scientifiche, anche letterarie. Te ne ricordi, eh?