Liana rispondeva macchinalmente di sì; ma quanto alla proposta di lasciare Murello, pareva non volesse, o non potesse fermarvi sopra il pensiero.

Ma un giorno in cui egli tornava a parlarne, ella ebbe un sussulto, come se afferrasse solo allora il senso di quanto egli aveva detto già tante volte, e lo guardò in modo che gli tolse ogni voglia d’insistere.

— È vero — diss’ella — tu hai i tuoi lavori, le tue abitudini. Eri venuto qui per poco, per passare solo alcuni giorni con noi... Invece Luigi aveva intenzione di fermarsi in campagna fin verso Ognissanti..... Va pure, io starò sola.

— Senti... Cosa vuoi fare?

— Aspettare.

— Pazienza! — pensò l’avvocato — approfitterò della libertà e quiete della villa, per cominciare a verseggiare l’Eugenio.

Era un poema epico, d’argomento nazionale, già del tutto ideato e steso: Eugenio l’invitto, ossia Torino liberata.

Aveva il discorsetto nel quale dichiarava le sue intenzioni Ai leggitori; aveva preso appunti, cercate notizie negli scrittori più degni di fede. Non restava che mettersi all’opera.

E l’avvocato ci si mise di vena.

Appena alzato, e fatta un po’ di colazione, scendeva in giardino, passeggiava alquanto, aspettando l’ispirazione, poi si chiudeva nello studio e scriveva finchè non lo chiamavano a pranzo.