— Mi rincresce che lei si sia disturbata — disse poi. — Son venuto semplicemente per comunicare al signor avvocato una cosa... una voce che mi è venuta all’orecchio.
— Uhm! — fece Oliveri, — una voce così in aria, molto in aria.
— Dunque tu sai già di che si tratta? — chiese Liana.
— So e non so. Sarà bene non illuderci troppo, ecco, per non andare incontro a qualche altro disinganno.
Liana si voltò di nuovo al parroco. Adesso non vi poteva essere nello sguardo maggior ansietà, maggior preghiera.
— Ma si figuri! — esclamò il buon prete. — Altro, altro, dirò subito tutto. Lei deve sapere che nel bosco di Vallombrosa esistono ancora le rovine d’un antico convento di monaci vallombrosani: due pezzi di muraglione diroccato, niente più. Lì in mezzo s’è fatta la sua casa un certo... il vero nome non lo so; basta, chi lo chiama l’eremita, chi Barabam, chi semplicemente Teo. Si dice che sia un vitton, cioè un montanaro; ma da che montagna sia venuto nessuno lo sa. Siccome non fa male e non dà fastidio a nessuno, lo lasciano stare. Consiglia quelli che lo vanno a consultare; vende polveri, erbe, medicinali per le bestie e per i cristiani; ha coltivato un pezzetto di terra, largo come il mio fazzoletto, e vi semina un po’ di tutto; io credo che tenda anche lacci agli uccelli ed alle lepri; e poi le acque dei dintorni sono piene di pesci, di gamberi e di rane. Insomma vive come può...
Liana fece un gesto involontario d’impazienza; don Prato s’accorse che andava per le lunghe, volle tagliar corto, e affondò in altri particolari di nessuna importanza.
L’avvocato lo rimise subito a galla.
— Dunque — diss’egli — siccome il bosco è grande e folto, è naturale che serva di rifugio ai banditi, ai profughi d’ogni specie, e che questi divengano ospiti più o meno desiderati del signor Barabam. Don Prato, non è così?
— Ecco! — fece il parroco.