Liana guardava intentamente avanti; anelava e insieme temeva il momento in cui avrebbe scoperto la capanna; il cuore batteva, batteva, batteva, e a quando a quando le si appannava la vista, le pareva di sentirsi mancare le ginocchia.

D’improvviso si udì l’abbaiar strillente d’un cane. Nello stesso tempo Gabriel mostrò un non so che di bruno che traspariva tra il verde: le rovine d’una massiccia muraglia rivestita d’edera e di musco, irta di cardi e d’ortiche.

— Il palazzo di Teo è dall’altra parte — susurrò il colono; — bisogna farsi veder subito.

Liana, presa da un tremito, cercò il braccio di suo padre, vi si appoggiò, chiudendo gli occhi. Li riaprì dopo un poco. Aveva dinanzi un tugurietto meschino, coperto di paglia; sull’uscio stava un uomo poveramente vestito, sparuto e piccolo di persona.

Costui non parlò, nè si mosse; durò alquanto a girar gli occhi or sull’uno, or sull’altro, e, siccome l’avvocato aveva una di quelle facce fresche e rubiconde che fanno consolazione e mettono subito di buon umore, sorrise e si toccò il cappello.

— Buon giorno — disse Oliveri. — Vi godete l’ombra, eh?

Barabam non rispose. Il cane, accucciato ai suoi piedi, uggiolava cupo e sommesso.

Liana tornò a immaginare con veemenza suo marito agonizzante in quella tana; voleva farsi sentire, alzar la voce, chiamarlo con l’accento della disperazione, e le mancava il respiro. Le pareva di sognare.

Oliveri, che la sentiva tremar tutta dal capo alle piante, colto da un impeto d’impazienza improvvisa, cominciò a tempestar Teo con tante domande, le une dirette, le altre suggestive, tutte così informi, precipitate, confuse, che colui, dopo aver risposto alle prime, vistosi avviluppato, si tirò indietro e mostrò di voler chiudere l’uscio.

Gabriel che, conoscendolo, si aspettava quella mossa e stava all’erta, fu lesto a cacciar il randello tra il battente e lo stipite.