— Aspetta un momento, diavolo! Non vedi che hai da fare con signori? Se sono venuti fin qui per domandarti un servizio, è segno che sono pronti a pagarlo.

— Non c’è niente qui per i signori — rispose l’eremita, dando in qua e in là certe occhiate spaurite, come se cercasse per dove svignarsela. — Io non guarisco che la gente di campagna, io. Mi lascino stare.

— Qui non si tratta di guarire, caro il mio Teo — ripigliò Gabriel; — questa è un’altra faccenda.

E spingendolo un poco in disparte, si mise a parlargli sottovoce, pacatamente.

L’avvocato intanto, con un certo suo fare trascurato e bonario, frugando in tutte le tasche come per cercare la tabacchiera, insieme a vari altri oggetti, tirò fuori anche la borsa e la tenne così un po’ in vista, quasi per distrazione.

— Va bene — rispose poi Teo a Gabriel, staccandoselo di torno con un cotal garbo tra il blando e il ruvido. — Adesso ho capito.

Si ravvicinò all’avvocato pian piano, alzando il gomito destro e ciondolando la mano in aria.

— Son tanti quelli che per una ragione o per un’altra vengono a villeggiare qui con me, e a ricordarli tutti, e saper come vanno a finire, ci vuol altro! Qui l’amico mi dice che lei cerca un giovinotto. Sarebbe mai uno nè alto, nè basso, con due occhi da scoiattolo, i capelli neri come carbone e gli orecchini d’argento?

— Hm! — fece Oliveri. — Ad ogni modo ditemi presso a poco in che circostanza gli avete dato ricetto.

— L’anno preciso non lo so più; ma mi pare che fosse sul finire di febbraio o in principio di marzo, perchè faceva ancor freddo. Era scappato da Saluzzo, dal reggimento dragoni di Ciablese...