— Lei sarà stanca — diss’egli alla signora; — lei sarà meglio che si metta a sedere.
Si accosciò poi in terra, di fronte, strappò alcuni fili d’erba e prese a torcerli, ad intrecciarli, ad avvolticchiarli in cento modi.
— Due mesi fa — cominciò egli, senza preamboli, — giorno più, giorno meno, mi trovavo verso sera a pescar nel Riofreddo, proprio sull’orlo del bosco. Ecco che sento gridare: — Dalli, ferma! Ferma, dalli! — Lascio andar la trubia, alzo la testa sopra la sponda, e vedo venire a tutta corsa un signorino senza cappello, inseguito da parecchi soldati. Non era più che a un cinquanta passi dal bosco, quando questi assassini, tutti insieme, pan! pan! gli fanno fuoco addosso. Il giovinotto spicca un salto, poi giù lungo disteso! L’ho visto buttar le braccia di qua e di là, rizzarsi stentamente a sedere, cacciar fuori una pistoletta e spararsela in bocca. I soldati l’hanno poi esaminato e frugacchiato, portandogli via persino le scarpe.
Liana, pallida come se fosse morta, ascoltava senza battere le palpebre. Oliveri si asciugava la fronte, si contorceva, soffiava, smanioso di sentire i connotati.
— E com’era? — domandò poi. — Com’era questo giovane?
Teo non gli badò, ripigliò subito:
— Sono venuto via senza dargli neanche un’occhiata; non volevo andar a dormire con quella faccia d’ammazzato negli occhi... Ingozzai qualche cosa, poi mi gettai sul mio saccone. Fino a mezzanotte tutto andò bene. Ad un tratto: toc, toc, toc. — Chi va là? — Niente; nessuno risponde. — Se non mi dite chi siete, non apro, ecco! — Passa un minuto, due, tre, poi di nuovo: toc, toc, toc. — Ricaccio giù il capo dicendo: — Ho capito, è il signorino che non vuol dormire scoperto. — All’alba mi alzai, tornai sul luogo, e con quattro vangate me ne spicciai.
— Dunque — ridomandò Oliveri — com’era? Biondo o bruno? Magro o grasso? Alto o basso?
Teo gli fece una spallucciata.
— Se lo incontrassi vivo credo che non lo riconoscerei.