— Andiamo! — esclamò Liana, scattando in piedi.
— Oh brava! — disse l’avvocato. — Così va bene. Andiamo pure a casa, che si fa tardi. Ho fame, ho sete, non ho più gambe, non ho più fiato...
— Ditemi — domandò a Teo la giovane signora: — il luogo... quel luogo è molto lontano di qui?
— Lontano no; da quella parte il bosco si stringe, fa come una punta, non c’è che da attraversarla.
Liana si tolse una catenella d’oro che aveva al collo e gliela gettò tra le mani.
— Andiamo, andiamo: pigliate quel che vi occorre!
— Misericordia! — esclamò l’avvocato, cacciando fuori tanto d’occhi. — Cosa vuoi fare? Cosa pensi? Sei matta, eh? Ma Liana!... Lasciali riposare in pace i poveri morti. Cosa vuoi vedere? Non si vedrà più niente, figlia mia. Sarà sfigurato! E poi... Quel poveretto non può esser Luigi. Lo so, te lo proverò con un argomento stringente... Piuttosto tornerò, tornerò io domani...
Agitava le braccia, batteva e ribatteva il piede per terra, non s’era forse mai sentito tanto sconvolto in sua vita; poi, quando vide che tutto era inutile, guardò il cielo con un sospiro, e tenne dietro a gli altri.
Seguendo Teo, in pochi minuti giunsero al Riofreddo, mezzo asciutto in quei giorni; passarono oltre, sopra certe pietre sporgenti dall’acqua, e si trovarono sur un gran tratto di terreno incolto, sparso di cannucce e di giunchi.
— Ci avrai messo una croce, spero? — mormorò Gabriel.