Liana era lì a due passi. Egli aprì le braccia per trattenerla; ella lo scansò rapida, guizzò via, arrivò alla fossa.
— Per carità, Liana! — mormorò l’avvocato, parlando in gola. — Tu vuoi farmi impazzire?
E guatava inorridito certe dita scarne e verdognole che trasparivano fra la terra smossa.
Liana da prima indietreggiò, poi s’irrigidì, si protese. Dal punto in cui era non discerneva la faccia del morto; girò lentamente all’intorno... Il pallore, la maniera di andare, quella tomba aperta ai suoi piedi, tutto la rendeva simile a uno spettro.
L’avvocato si sentì fremer dentro fino alle midolle e gonfiarglisi gli occhi; tornò a raccomandarsi, a pregarla, a scongiurarla di venire.
Quando alla fine se la ritrovò di nuovo accanto, le passò la mano sotto il braccio per trovarsi pronto a sorreggerla, e nello stesso tempo la spinse avanti, sbuffando, quasi a furia.
— A diritta, a diritta! — gridò lor dietro l’eremita; — di lì si va a Racconigi, signori!
— Vengo — disse anche Gabriel. — Do’ solo una mano all’amico per rimetter tutto a posto. Non voglio che la fantasima venga a tirarlo pei piedi... E poi, seppellire i morti l’è un’opera di misericordia, perdiana!
Quella giornata era per finire; le piccole nubi, che s’erano unite e fuse, formavano un tendone diafano, dietro al quale il sol cadente pareva intriso di sangue. Verso levante l’orizzonte era coronato d’una leggiera nebbiolina purpurea.
I palombi passavano in alto, a coppie, a stormi.