— È matto! — esclamò Violant. — È proprio matto; lasciamolo andare, lasciamo che gli passi la stizza; quando tornerà con noi, gli dirò io una parolina in un orecchio...
Massimo non si fece vedere nè quella sera, nè il giorno seguente; allora Violant, Di Cimalta e La Torretta stimarono opportuno d’andarlo a trovare.
Un vecchio domestico, grave e impassibile, li introdusse in una saletta, ove il contino, spettinato e mezzo svestito, faceva le volte del leone fra i cocci di due stupendi vasi chinesi, i quali poco prima adornavano il piano del camino.
Avendone buttato a terra uno involontariamente, subito s’era punito della sua sbadataggine fracassando anche l’altro.
— Prometti di non mangiarmi? — disse Violant ridendo e fermandosi sulla soglia.
— Avanti! — brontolò Massimo, burbero. — Cosa c’è? Cosa volete?
— Ho comprato un altro cavallo.
— Ed io un bel paio di pistole.
— Bene, vediamo le pistole, poi andremo a vedere il cavallo.
— Non voglio muovermi. O, sai com’è? Sono stufo di girellare in gloria, di far lo spensierato, di vivere da rompicollo!