— Hai ragione, hai ragione... Vediamo queste pistole.
Massimo stese il braccio verso il cassettone.
— Eccole là, sono scariche, guardatele pure.
Violant prese le armi e le maneggiò, mirando or questo, ora quel punto fuor della finestra. Dalle sue mani passarono poi in quelle degli altri giovanotti.
— Due bei Kuchenreuter — diceva Massimo, rabbonito. — Guardate sulla canna il nome del maestro e l’impronta della marca di fabbrica. Kuchenreuter! Buonissime armi, sapete. Meno eleganti, meno rabescate d’oro e d’argento di quelle che vengono di Francia; meno lavorate e meno rifinite di quelle che si fanno in Inghilterra, ma roba seria, roba solida. E come portano, cari voi! Le ho provate ieri. E poi... e poi sentite che scatto!
Finito d’esaminare le pistole, Violant si sdraiò in una poltrona; Di Cimalta e La Torretta si buttarono sul sofà.
— E com’è quella tua bestia? — domandò Massimo al cugino.
— Un sardo, un bellissimo sardo: mantello bianco come la neve, fattezze distinte, una testa, un’incollatura, un petto!... Adesso, se vuoi il sauro...
— Uhm! — fece Massimo — vedremo. Non oggi, però; oggi mi sento un poco balordo; mi lascierei imbrogliare con troppa facilità.
— Ho bisogno di quattrini, vedi; e c’è De Hawlictzeck che gli fa la corte.