— Chi?!
— De Hawlictzeck, un ufficiale austriaco.
— Va bene, cedilo a lui.
La Torretta si era alzato e si divertiva a saltare a piè zoppo sui frammenti dei vasi.
— Finiscila! — esclamò Violant, seccato. — E ora cosa si fa?
— Poichè Massimo pare un poco ammansato — rispose Di Cimalta, — si potrebbe condurlo a vedere la Dama nera.
— Che roba è? — domandò Massimo.
— Guardare e non toccare — disse La Torretta. — È una signora sempre vestita di nero che abita quasi in faccia all’Albergo Reale, e sta giorno e notte sul suo terrazzino.
— La notte no — rettificò Di Cimalta, — ma il giorno sì. E con qualunque tempo, con qualunque atmosfera. Ieri mattina tornavo a casa per coricarmi, verso le otto: lei era già levata, era già là, con una nebbiaccia che si poteva forar con la spada. Stamattina piovigginava: lei era là, a guardar nella strada, come se aspettasse qualcuno. Alle volte si vede anche un signore attempato, che le si fa accanto e le parla e le parla, par che cerchi di persuaderla a rientrare nella stanza; va, viene, e finisce col portarle fuori uno scialle, una mantellina, un fisciù. L’ho vista per la prima volta cinque o sei giorni fa; forse era in campagna, ed è tornata dopo l’Ognissanti.
— È bella? — domandò Massimo.