— E come! Se non lo fosse non te ne parlerei. Non ho mai visto una bellezza più straordinaria.
— Boum! — gridò La Torretta. — Perchè l’hai scoperta tu.
— Di Cimalta ha ragione — disse gravemente Violant, che la pretendeva a gran conoscitore: — badate però che può essere di quelle che a vederle promettono il paradiso, e vi dànno l’inferno.
Continuarono a discorrere, mentre Massimo si rivestiva e si rilisciava in una stanza contigua.
Uscirono poi tutti insieme. Giunti in piazza San Carlo, corsero alla cantonata di contrada Nuova e guardarono verso piazza Castello. Di Cimalta indicò il terrazzino, ma su quello non vi era alcuno. Aspettarono un poco, chiacchierando e motteggiando; poi La Torretta osservò ch’era una vera stolidezza star lì di piantone per contemplare da lontano una donna vestita di nero, mentre potevano andarne a veder da vicino altre di tutti i colori.
Si esibì anche di fare da guida, e tutti gli tennero dietro.
Quella fu l’ultima volta che Massimo si lasciò trascinar dai compagni. Cominciò dal non recarsi quella sera stessa al solito convegno; poi prese ad evitare tutti i luoghi ove poteva incontrarli. I suoi servitori ricevettero l’ordine di non introdur visite. Scomparve così senza avvertire nessuno, senza dare informazioni o spiegazioni di sorta.
Violant, Di Cimalta, La Torretta e gli altri della brigata, visti riuscir vani tutti i tentativi fatti per richiamarlo, esaminato e ponderato bene l’affare, considerato che si divertivano ugualmente anche senza di lui, deliberarono all’unanimità di lasciarlo cuocere e bollire nel suo brodo.
Massimo continuò ad alzarsi assai tardi, a star in ozio, ad andar a zonzo per la città e fuori le porte.
Visitava pur talvolta sua madre, nelle ore in cui era certo di trovarla sola. Non passava mai per lo scalone, per non rischiar d’abbattersi nel conte; saliva da una scaletta interna a certi anditini, per dove, dopo un lungo giro, si giungeva all’uscio segreto dello stanzino dove ella si pettinava.