La contessa accoglieva sempre amorevolmente suo figlio; parlava con lui di cose liete o anche frivole, evitando con cura i discorsi troppo seri, gli argomenti spinosi, ogni allusione alla vita ch’egli conduceva; lo trattava insomma come si tratta una persona che per una ragione o per un’altra ha bisogno di distrazioni e di riposo. Pareva considerare lo stato in cui si trovava Massimo come una specie di convalescenza.
Però un dì ch’erano stati insieme oltre l’usato, vedendolo coprirsi con la sinistra la bocca, come per rattenere o nascondere uno sbadiglio, ella gli pose le mani sulle spalle e gli disse sorridendo:
— Ti secchi, eh? Bene. Questo significa che prima o poi sentirai il bisogno di ricominciare a far qualche cosa. Quando ti troverai ben rimesso in tutti i modi, me lo farai sapere. Penserò io a trovarti un’occupazione. Ringraziando Dio, sei nato in una condizione che ti dà abilità ad aspirare a tutto, o quasi...
— Aspirare a che? — pensava Massimo, più tardi, andando a spasso. — Che cosa devo fare?
Sapeva bene anche lui che questo periodo d’inerzia non poteva durare; che tardi o tosto avrebbe avuto una grande smania d’agire; una smania tormentosa, prepotente, conforme in tutto all’indole sua. Ma che fare?
Egli aveva servito con entusiasmo un sistema, finchè lo aveva amato e stimato; venuti meno l’amore e la stima, aveva lasciato di servirlo. Ma ora come adoperare la sua gioventù, le sue forze? Come impiegare il tempo? Dove, dove, dove trovare una grande occupazione d’intelletto e di cuore?
Cercar d’accostarsi alle idee dei novatori? Partecipare ai loro maneggi? Seguir l’esempio di qualche altro nobile, d’altri ex militari? — No; questo no! Viva il Re sempre! Vive le Roi quand même!
E si dava più che mai al fantasticare, al vaneggiare co’ propri pensieri; tornando spesso indietro ad esaminare il passato, per spiegarsi il presente, per trarre induzioni e pronostici per l’avvenire.
Un giorno, entrando in contrada Nuova, gli venne in mente, senza saper come, la Dama nera tanto celebrata da Di Cimalta.
Cercò con gli occhi, così da lontano, il terrazzino, e su quello scorse una donna. Si avvicinò pian piano: la persona era alta e snella, il volgere della testa dignitoso e leggiadro. A un tratto gli parve di riconoscere quella forma, d’averla già riguardata e ammirata altre volte; fece ancor qualche passo e raffigurò la signora Ughes.