Essa era là, ritta, con le mani posate sulla ringhiera, piena di noncuranza per gli sguardi che s’alzavano dal basso verso di lei, dei sentimenti e delle parole che poteva ispirare. Si sarebbe detto che si credeva sola, sulla cima d’un’alta torre, in una solitudine immensa.
Massimo la considerò un momento e si sentì dare una stretta al cuore. Gli pareva triste triste, con un non so che di annebbiato nella fronte, un non so che di sfiorito nelle gote. Non ebbe tempo d’osservar altro: improvvisamente ella girò la testa, come se qualcuno la chiamasse dal di dentro, si mosse e sparì.
Massimo, turbato, seguitò il suo cammino.
— La signora Ughes a Torino? — pensava. — Ma è la cosa più naturale del mondo, dal momento che gli altri villeggianti sono già tutti in città! Se non ho ancor visto per istrada nè lei, nè suo marito, questo vuol dire che sono arrivati da poco o che escono di rado...
Piuttosto c’era da maravigliare ch’egli non avesse neppur pensato a quell’incontro, mentre doveva prevederlo e cercarlo. Sicuro: cercarlo. Avevano passato insieme tante belle ore, laggiù!... S’erano lasciati così improvvisamente, così bruscamente!... Non avendo parlato di scriversi, non s’erano scritto, e perciò buona notte! Egli non sapeva più nulla; non aveva nemmeno pensato d’informarsi da sua madre, nè quand’essa era ancora a Robelletta, nè dopo ch’era tornata a Torino. Non che si fosse dimenticato di loro, non se n’era ricordato abbastanza, ecco tutto. Adesso che aveva riveduto la signora, la cosa gli riusciva inesplicabile, gli pareva incredibile.
Dominato da questi pensieri, giunse in fondo a contrada Nuova, e, passata la porta, si fermò con le spalle voltate alla facciata esteriore, bellamente rivestita di marmo e ornata di colonne e di statue.
La pianura gli si apriva dinanzi spaziosa e brulla, squallida e grigia, sotto un cielo color di piombo che pareva fondersi in lontano con gli alberi spogli, dando ai contorni sfumature e morbidezze di piuma. Laggiù, laggiù, in un punto dell’orizzonte, dietro un velo di nebbia più tenue, apparivano le montagne: era un tratto di paesaggio tutto cime taglienti e balze dirupate, tutto torbide luci, e livide ombre; un paesaggio morto e freddo, ove pareva dovesse durar perenne la neve, regnar eterno il crepuscolo.
Massimo chiuse gli occhi un momento come per sottrarsi a quella visione; immaginò la campagna rigogliosa, ammantata di verde, dardeggiata vivamente dal sole; fu assalito dalla nostalgia della luce, del caldo, da una folla di dolci rimembranze.
Era seduto sulle rive della Varaita, con Liana e suo marito; avevano davanti la corrente limpida, le ghiaie nitide, intorno intorno le ombre amene degli alberi; la giornata era splendida, quieta, fragrante...
Di repente sentì sulla mano un lieve contatto gelato. Riaprì gli occhi: fiocchi bianchi e minuti cominciavano a scender lenti e radi, morivano subito là ove toccavano.