Il giovane si scosse e rientrò in città. Si sentiva nell’anima una grande malinconia, ma lo confortava il pensiero che Liana e Ughes erano anch’essi a Torino, che poteva vederli, ritrovarsi spesso con loro. Quella sera stessa, se l’avesse voluto... Ma perchè non subito?

Allungò il passo; gli si ripresentò l’immagine di Liana, quale l’aveva vista alla sfuggita poc’anzi. La Dama nera? Oh sì, avevano ragione gli amici di chiamarla così! Com’era pallida! Che aspetto severo! E viveva in lutto: portava il bruno, il bruno grave! La madre non l’aveva più: aveva dunque perduto suo padre? Ma allora chi poteva essere il signore attempato, che, stando al detto del conte Di Cimalta, abitava con lei? — Come aveva fatto male a tenersi per tanto tempo al buio di quanto riguardava i coniugi Ughes! Quante cose non potevano essere accadute in quei mesi!... Pensò ai tumulti dell’estate, alle note opinioni del medico e si sentì rimescolare.

— Bisogna sapere — diss’egli tra sè, — bisogna assolutamente ch’io sappia!...

Il tempo s’era fatto più tetro che mai; seguitava a fioccare il nevischio, con un freddo pungente. In piazza San Carlo il terreno più qua e più là cominciava a biancheggiar leggermente; la gente pareva fuggire, sbandarsi. Quando vide che il terrazzino era vuoto, benchè dovesse aspettarselo, Massimo sentì venir meno ogni desiderio, ogni volontà di salire.

— Capitar così all’improvviso! — pensò egli. — A quest’ora, con questo tempo infame... E se la signora non mi riconoscesse più? S’io fossi obbligato di dirle il mio nome? Verrò senza fallo domani.

E tirò di lungo verso piazza Castello. Anche il sinistro presentimento s’era già dileguato.

XIII.

— Oh santa Vergine! — esclamò Menica, aprendo e ravvisando Massimo. — Chi vedo mai!

Poi subito gli accennò di parlar sottovoce. Massimo, un po’ sorpreso, domandò se i padroni erano in casa.

— Sì, signore: madama è lì nel salotto, il signor avvocato, il papà di madama, dev’essere in camera.