Liana era nella finestra fino a terra che metteva sul terrazzino; teneva la testa un po’ china, appoggiando la fronte ai vetri.

— Sempre lì — mormorò Menica, — sempre così. È una fissazione. — Soggiunse poi, alzando la voce. — Madama, un signore... una visita che le farà piacere.

Liana si voltò, fece alcuni passi mollemente, languidamente, come se si movesse in sogno. Ad un tratto scorse il giovane, rimasto, per delicata temenza, indietro nell’anticamera buia, gittò un grido soffocato.

Massimo indovinò, comprese per chi essa lo scambiava e si portò rapido dove batteva la luce. Ma la povera signora s’era arrestata sull’atto, mettendo un — Oh! — pieno d’inesprimibile sconforto. Si lasciò poi andar seduta sopra una seggiola vicina, alzando e crollando leggermente la testa, con un lieve, amaro sorriso di compassione per sè stessa.

— Mi perdoni — diceva intanto al contino, che la guardava muto ed afflitto; — lei non sa... lei non può sapere...

— So tutto, so tutto! — rispondeva Massimo con voce alterata. — Sono io che devo domandarle perdono; io che sono venuto a disturbare... a disturbarla. Ho fatto male. Dovevo pensarci, dovevo avvertirla.

L’avvocato Oliveri, udendo parlare dalla stanza vicina, si affacciò all’uscio.

Menica, che stava già per ritirarsi, si credè in obbligo di risparmiare a Liana la cura della presentazione.

— Il signor contino di Robelletta — diss’ella, appuntando a Massimo l’indice della destra. — Quello ch’era tanto amico di sor Luigi. E si figuri, sor avvocato, che non sapeva niente di niente.

— In cucina, voi! — susurrò Oliveri, abbottonandosi la veste da camera con una mano e accomodando il parrucchino con l’altra.