Dopo il breve silenzio che succede ai saluti, si ricominciò a parlar di Ughes: poichè si sentiva ancora impossibile qualunque altro discorso. Se ne parlò posatamente, esaminando con diligenza e valutando ancora una volta ogni particolarità del caso.
— S’è fatto tutto — concludeva Oliveri; — creda, signor conte, che s’è fatto tutto... Ma noi abbiamo mezzi tanto limitati! Adesso ci vorrebbe qualche aiuto potente, l’opera di qualche persona di nobile lignaggio... Questa, per mezzo dei parenti, degli amici, degli aderenti, potrebbe ottenere che si facessero ricerche nelle varie città dello Stato, e anche fuori... Insomma, chi sta in alto vede lontano, ha cento mezzi ch’io non conosco per ottenere una grazia, e occorrendo anche un miracolo. Le pare?
Mentre l’avvocato parlava, Massimo guardava la signora. Non incontrò che un attimo lo sguardo di lei; bastò per farlo scattare in piedi, quasi si trattasse di agir sul momento.
L’atto era più eloquente di qualunque promessa.
— Animo, Liana — disse l’avvocato, con gravità — tocca a te ringraziare il signor conte delle sue buone intenzioni.
— Le intenzioni! — esclamò Massimo — sì, queste ci sono, ma poi... non so ancora cosa farò, quello che potrò fare. Non posso rivolgermi a mio padre... Parlerò con mia madre... m’ingegnerò, glielo prometto.
— Dio! — mormorò Liana, accorata — se lei sapesse cos’è per me una speranza... anche un filo di speranza!... È la vita, è la ragione, è tutto...
Tacque e si coperse il viso con le mani.
— Su su — disse Oliveri, — ci vuole energia, ci vuol coraggio...
Ella scosse il capo, poi stese la destra a Massimo. Questo la strinse silenziosamente, si chinò, v’impresse le labbra.