E canticchiando le parole che il popolino aveva adattate a quell’aria, si voltò a guardare verso Doragrossa, come se vedesse il drappello in marcia verso il quartiere di porta Susa.
Ogni doi meis ai dan tranta pan
Ch’a pieuva, ch’a fioca tant ai je dan!
Il vecchio ciarliero e il giovane pensieroso s’indugiavano a considerare la piazza, ove non c’era veramente nulla da osservare, come se non trovassero più il modo di dividersi.
Le ombre della sera calavano lentamente e si confondevano con la nebbia stagnante. Le campane annunziarono sonoramente la fine del giorno. Gli accenditori liberarono dalle loro catene le lunghe scale a piuoli raccolte sotto l’atrio del castello, uscirono, si sparpagliarono correndo verso i radi lampioni.
— Buona sera — disse Massimo, alla fine.
— I miei ossequii, signor conte — rispose Oliveri.
E si lasciarono.
Quando fu presso al portone del palazzo Claris, Massimo ne vide uscire il cavaliere Mazel.
— Mia madre è sola — pensò tosto. E invece di entrare nel suo quartierino infilò la scaletta.