La contessa aveva davanti un tavolinetto riccamente intarsiato, e leggeva al lume d’una grossa ed elegante lucerna.

Massimo le sedette di fronte ed entrò subito in argomento. Le ricordò Ughes, ne raccontò la sparizione misteriosa, descrisse lo stato lacrimevole in cui era la povera moglie e in fine pregò sua madre di far quanto poteva per lei.

La contessa lo ascoltò impassibile, senza levar gli occhi dal libro, poi, dopo aver mostrato di pensare un momento:

— Va bene — diss’ella — ne parlerò con...

Ma invece di pronunziare il nome si morse il labbro. Voltò la pagina, e rannuvolandosi alquanto, soggiunse:

— Tu poi non devi far nulla, assolutamente nulla senza dirmelo prima. Promettimi questo.

Massimo promise e se ne andò.

La faccenda non si avviava come avrebbe voluto, tuttavia il giorno dopo corse in casa Oliveri tanto per poter dire che aveva già parlato con sua madre.

Vi tornò poi; e vedendosi sempre accolto con egual cortesia, si affrancò d’ogni soggezione e si fece assiduo.

Quando andava di sera, trovava a veglia due o tre vecchi amici di Oliveri; quelli che un tempo intervenivano alle antiche adunanze accademiche ed erano destinati a far parte di quella tal Colonia che l’avvocato aveva in animo di fondare. C’era il dottor Chiovetti, che doveva prendere il nome di Filinto; l’avvocato Bottalla ed il banchiere Aquilante, ai quali erano destinati i nomi di Menalca e di Dalindo. Oliveri, futuro custode, si riserbava di scegliere a suo tempo tra Nidalmo e Mirtillo. Disputavano poi ogni sera se dovessero intitolarsi Pastori del Po, oppure della Dora, della Stura o della Macra; discutevano il regolamento interno: verbigrazia, se le adunanze dovessero dividersi in pubbliche e in private; se con le produzioni poetiche, si potessero ammettere anche quelle in prosa; quale avesse ad essere il numero dei soci ordinari, quale quello dei corrispondenti. Oliveri prometteva solennemente d’inaugurare le riunioni con la lettura del suo Eugenio.