Nel ’96 il cielo tornò tutto sereno. Con l’articolo 8º del trattato di pace concluso a Parigi il 15 maggio, il Re di Sardegna si obbligò ad accordare amnistia piena ed intera ai sudditi condannati per opinioni politiche; ad annullare processi e sentenze; a restituire i beni mobili ed immobili, o a rimborsare il prezzo, ove fossero stati venduti.

L’indulto generale fu pubblicato il 5 luglio; Ughes lasciò tosto l’ospedale militare di Gap, ove era stato nominato medico ordinario, e volò a Torino. Trovò Liana che ringraziava Dio d’averla creata; l’avvocato felicissimo di rivederlo; gli amici tutti concordi nel fargli affettuose dimostrazioni di amorevolezza.

Diede poi tosto una scappata a Murello per rivedere lo zio. Questo era di molto malandato e stentava a reggersi in piedi. La gioia di riabbracciare il nipote operò un miglioramento, pronto sì ma effimero, nella sua salute; dopo qualche tempo dovette allettarsi, e tanto si aggravò che Ughes, il quale già l’aveva lasciato, tornò subito per assisterlo.

L’infermo, benchè agli ultimi, era in pieno sentimento. Non gli si vedeva più in viso quel non so che di torbido, di affannoso che vi avevano impresso le vicende passate; era diventato placido, sereno, quasi sorridente.

— Me ne vado — diss’egli. — Luigi, domani a quest’ora sarai in lutto... Abbi pazienza, ti tocca sospendere ancora le nozze... È una seccatura che durerà poco. In compenso ti lascio il mio posto e quel poco che ho al mondo. Il poderetto rende assai bene. Troverai anche una piccola somma in contanti messa da parte e serbata per i casi imprevisti... Ti raccomando Menica e Gabriel; li conosci, neh? Non metterti più contro quelli che hanno i fucili e i cannoni. Lascia stare Voltaire e Rousseau e compagnia brusca; leggi le cose del signor abate Metastasio, che non c’è niente di più bello al mondo. Vivi allegro e quieto, e parla qualche volta di me con tua moglie...


— Liana — disse Ughes, dopo il lungo silenzio grave, — si fa proprio tardi, sai.

Si alzò, prese ambe le mani di lei e l’aiutò ad alzarsi. Uscirono dal boschetto nei campi, avviandosi per il viottolino che mette capo alla strada del sale. Al di là di questa, a mano sinistra, si scorgevano le nobili ventaruole di Robelletta; le chiome dei più alti alberi del giardino.

A un certo punto, Liana si soffermò, schermì con la destra gli occhi dal sole e domandò a suo marito il nome della casa.

— Me l’hai detto dianzi, ma non lo rammento più.