Massimo ogni tanto sogguardava sua madre e, parendogli che si rannuvolasse sempre più, abbandonò il pensiero di riparlarle di Ughes. Ricordando poi un altro incarico ricevuto da Liana in quei giorni, domandò a Mazel se conoscesse per caso qualche buon pittore di ritratti.
— A proposito di ritratti — rispose il cavaliere: — ho visto quello del barone Duc, morto al colle Ardente. Sua sorella, la... la... la marchesa Raimondi, non aveva che una miniaturina. Il pittore... un nome francese, ne cavò un ritratto grande. Bello, parlante!
— Dunque la cosa è fattibile! — esclamò Massimo, contento. — Noi non abbiamo che un ritrattino in matita.
— Ah voi non avete che un ritrattino, voi? — disse Mazel. — Basta. In miniatura o in matita i lineamenti stanno sempre gli stessi.
— Mi farebbe il favore di dirmi dove abita, questo pittore?
— Sicuro, amico mio: nome, cognome, indirizzo, tutto ti darò. Sarete contenti. Ha riuscito un fratello, caspita, perchè non riuscirebbe un marito?
Massimo prese una sedia, la trascinò davanti al camino e vi sedette con le spalle voltate.
— Sapete già quel che volete? — domandò Mazel, facendo l’occhiolino alla contessa. — Tutta la persona, o solo la testa col busto?
— Non so niente — rispose Massimo, asciutto.
— Per potervi dare qualche altro consiglio. Il povero Duc è in piedi, una mano sul fianco, l’altra sull’elsa. La marchesa, per facilitare il lavoro all’artista, gli ha rilasciato l’uniforme, e questi ne ha vestito il mannequin, o il modello. Capisci?