Massimo non rispose; quel discorso cominciava a seccarlo, a irritarlo anche. Stava attento per vedere dove andava a parare.
— Fate come vi dico — continuò il cavaliere, parlando sempre al plurale e sogghignando a fior di labbra, — imprestate al pittore un abito di... del... del...
Invece di suggerire il nome, il contino si levò in piedi, guardando fissamente Mazel.
Questi si battè la fronte.
— Cospetto! — esclamò imperterrito. — Anche il modello potete fornire! Io vi lascio Fior di... Fiorde... Fiordelis. Il pittore lo copierà tal e quale, e sarete serviti. Va bene così?
Massimo afferrò la sedia per la spalliera e se la trasse davanti; la tenne così un momento, poi ad un tratto l’alzò e la ripiantò a terra con impeto.
La contessa si voltò di sobbalzo; Mazel pure si scosse.
— Per Bacco! — disse poi, pacatamente — sedia buona, sedia forte; se non s’è rotta stavolta, non si rompe mai più.
E tutto sereno, tutto gentile, si alzò, baciò la mano alla dama ed uscì.
Massimo, rimasto a capo basso, con le mani congiunte sul dorso, guardava fisso la punta d’una scarpa che muoveva in qua ed in là.