Si udì il passo della damigella di compagnia che accorreva sgomentata.
Massimo balzò fuor della sala, discese rapidamente, si trovò nell’atrio. Il cuore gli batteva a fretta, le guance gli bruciavano, le gambe tremavano per modo che non osò uscir nella strada.
In fondo al cortile v’era un piccolo giardino, con pochi viali tutti diritti, tutti uniformi; con pratellini chiusi da spalliere di alberi rimondi, stranamente tagliati per figurar guglie, cupolette, muraglie ed arcate.
Massimo vi andò, stette a lungo appoggiato a una statua, con gli occhi sur un ragno microscopico, che faceva la sua tela fra i piedi di marmo. Lo guardava senza però porvi attenzione; era come sbalordito, non si raccapezzava, cercava invano di ricordar le parole che aveva detto a sua madre; mentre quelle di lei gli suonavano ancora chiare e vibranti all’orecchio: — Quella donna ha un’azione cattiva su di te...
— Se mai senza sua colpa — pensava egli. — La signora Ughes non ha mai fatto niente per invaghirmi di sè, mai e poi mai!... Lo so anch’io che sono cambiato. Ma questo malessere, quest’abbattimento, questa sfiducia, questi scatti improvvisi, tutte le maledizioni che ho addosso, provengono dal modo di vivere. È l’ozio che mi rende svagato e noioso a me ed agli altri. In questa inoperosità quasi totale la passione lavora dentro più forte che mai. Bisogna scuotersi. Ma come?... Partendo! Ecco, non c’è altro che andar via, almeno per qualche tempo... E Liana?... Eh, chi sa che questo non le torni a vantaggio! Andrò a Genova, od a Milano; vedrò i principali fuorusciti, mi abboccherò con loro, m’informerò... Chi sa che io non riesca ad aver notizie di Ughes; a riportarlo a casa o vivo o morto!
Rientrò nel suo quartiere, e passò il resto di quella giornata occupato febbrilmente a preparare tutto il necessario per la partenza.
Alla sera, prima d’andare a letto, prese due pezzetti di carta, scrisse: Genova sull’uno, sull’altro: Milano, e li gettò nel cappello. Cavò fuori: Milano.
Egli partì la mattina seguente di buonissim’ora, senza dir nulla a nessuno, e pigliando il servitore con sè.
Alitava una brezza rigida e sottile, l’oriente appena si vedeva albeggiare. Il principio del viaggio fu triste. Massimo si figurava d’andar lontano lontano, portato via dal suo avverso destino, per non tornar forse mai più. Ma quando il sole d’una bella mattina di marzo si fu levato tutto sull’orizzonte sereno, colorendo lietamente l’immensa pianura, coprendo d’argento le montagne nevose, quel rincrescimento indefinito con cui l’anima andava combattendo, parve che a un tratto si dileguasse. Dopo un poco però, cessata la novità dell’impressione, assuefatto l’occhio all’aspetto della campagna, si ridestò in lui il pensiero delle persone che aveva lasciato a Torino. Si approssimava l’ora in cui gli altri giorni andava in casa Oliveri. La signora non l’aveva visto il giorno avanti, non lo vedrebbe nè quello, nè i seguenti. Come cercherebbe di spiegar la sua assenza? E se non l’avvertisse nemmeno? Sarebbe troppo; non bisognava esagerare. Era però possibile che ci si abituasse subito, e che fra pochi giorni non pensasse più a lui...
All’idea acerba d’esser dimenticato da Liana, si univa quella d’aver dato sì forte dolore a sua madre, d’averle forse cagionato una malattia; il suo viso pallido e contraffatto gli tornava alla mente, e gli faceva paura e pietà. — Povera mamma! è così sensibile; e alla fin dei conti credo che mi voglia anche un gran bene!