E seguitava a passare di posta in posta, saettato or dall’uno, or dall’altro pensiero: raumiliato e compunto quando gli veniva innanzi sua madre; agitato e commosso quando gli si presentava Liana; corrucciato e fremente se in quelle sue fantasie si ficcava l’immagine aborrita e beffarda del cavaliere Mazel.

Sul tardi, col scemar della luce, egli si sentì intenerire anche più il cuore; così che giunto a Novara, decise di fermarsi per ponderar bene quanto aveva fatto e quanto stava per fare. Entrato in una locanda, prese due camere, una per sè, l’altra per il servitore; si spolverò, si lavò e domandò da cena.

Un garzone lo condusse su per una scaletta, ove si sentiva l’odor misto d’una quantità di vivande, a un andito lungo e buio, che metteva capo a un uscio socchiuso. Si udiva un acciottolìo di piatti, un tintinnìo di bicchieri e di posate, un gran chiasso di voci maschie, allegre e discordi.

— Un momento! — disse Massimo, fermandosi. — Che cos’è questa?

— Sono i signori ufficiali — rispose il garzone, mettendosi in sussiego: — mangiano quasi tutti qui.

— Che ufficiali?

— Eh! Abbiamo un battaglione di Piemonte, uno della Regina, uno di Streng; più due squadroni...

— Va bene. E i nomi di questi ufficiali? Me ne sai dire qualcuno?

In quel momento, s’udì un passo lesto su per le scale poi nell’andito. Era un giovinotto in divisa che, affamato e per la fretta che aveva di raggiungere i compagni, nel passare urtò Massimo malamente col braccio. Questi si voltò, ma prima che avesse aperto bocca o fatto un atto qualunque di risentimento, l’ufficiale si scusò con buon garbo e, spinto l’uscio, prese a insistere perchè andasse avanti. Fu così che si videro e si ravvisarono.

— Claris! — gridò l’uno.