— San Vito! — esclamò l’altro.
E si baciarono. San Vito, pigliato il braccio dell’antico camerata, lo trasse in una sala spaziosa e ben illuminata, piena di militari a tavola, che mangiavano, bevevano e chiacchieravano allegramente.
Massimo trovò fra quelli parecchie altre conoscenze, che gli fecero un’accoglienza clamorosa e cordiale.
Nessuno di quei gentiluomini pensò a chiedergli che cosa fosse venuto fare a Novara; tutti insistettero perchè vi si fermasse quanto gli era possibile.
Il contino rimase fino allo sciogliersi della lieta riunione; poi andato in camera, si mise subito a tavolino, e scrisse una lettera a sua madre, nella quale, dopo essersi ingegnato di scusare il passato, faceva molti proponimenti per la sua futura condotta e terminava pregandola con le parole più affettuose e più forti di rispondergli a Novara; dove aveva trovato persone che gli mostravano vera amicizia e lo colmavano di finezze. Seguiva la nota degli ufficiali coi quali aveva passato la sera.
Scritto ch’egli ebbe la lettera, si sentì sollevato, e gli parve di poter dormire veramente tranquillo.
Così fu infatti. Si svegliò persuaso che la contessa gli avrebbe risposto prontamente, e per richiamarlo senz’altro a Torino. Era stata una gran buona idea quella di fermarsi in quel luogo! Andando a Milano avrebbe destato infallibilmente nuovi sospetti sul suo conto, avvalorati dal modo precipitato e segreto con cui era partito. Invece tutto si riduceva ad una scappata, ad una giterella fatta per cambiar aria e per distrarsi un pochino.
Era contento di sè; questa volta almeno non avrebbe avuto a pentirsi dell’inconsideratezza dei suoi portamenti.
Regolò subito la sua vita su quella dei suoi amici; stava con loro nelle ore che avevano libere, passava le altre in compagnia dei suoi pensieri.
— Che cosa farà Liana in questo momento? — diceva spesso fra sè. — Sarà in casa o sarà fuori col padre?... Pensa a me qualche volta?... S’è accorta che questa è una assenza più lunga e più grave delle altre?