E la immaginava impensierita, poi inquieta, poi afflitta.

Adesso era lui ch’essa aspettava affacciata al terrazzino. Parlava di lui col padre; lo persuadeva ad andarsi ad informare al palazzo. E l’avvocato si metteva in cammino. Lo vedeva entrar nel portone, rivolgersi al servitore di guardia...

— Purchè non trovi quel tanghero d’un Pomero, o quel superbioso di un Gringia; incapaci sì l’uno che l’altro di rispondere con un po’ di creanza.

Passarono alcuni giorni e la lettera della contessa non veniva. In breve l’attesa si fece tormentosa.

— Cosa devo fare? — pensava. — Ho chiesto scusa ed ho promesso di emendarmi: che si vuole di più? Ch’io venga a Torino scalzo, senza niente in testa, a far le croci con la lingua su per lo scalone?

E presto cominciò ad arrovellarsi, a dar in escandescenze, a meditar cose strane e terribili.

La lettera arrivò per l’appunto un giorno in cui stava in fra due: o di tornar a casa, presentarsi a sua madre e farle una rimostranza seria, vibrata e dignitosa; o di tirar via verso Milano, avvenisse quel che poteva avvenire.

La risposta della contessa era mite e benigna, ma non quanto Massimo avrebbe voluto. Senza più entrare neppur da lontano nelle cose passate, approvava pienamente l’idea del viaggetto. Gli parlava brevemente dei suoi di casa e d’altre faccende. Lo consigliava a trattenersi ancora a Novara: non avendo nulla da perdere, ma tutto da guadagnare nella compagnia di quelli che s’erano sempre portati da uomini e da valentuomini.

— Ah sì! — esclamò Massimo, amaramente. — Come se non avessi fatto altro che dormire in tutti questi anni!

E chiudendo gli occhi, si vide in un ridotto, coi nemici a pochi passi, accecato dal fumo, assordato dagli urli, dal ronzar delle palle, dal fracasso infernale; e solo, solo a comandare, poichè gli altri ufficiali erano tutti per terra!