— Allora li ho compianti, adesso li invidio!

Ripigliando poi la lettera di sua madre, trovò in fondo una riga: «Quando sarà tempo di ritornare a Torino, te lo farò saper io».

— Ma che? Ma cosa? — pensò ancor Massimo, sempre più esacerbato. — Ma sono forse in esilio? Questo è un parere di Mazel, senza fallo. No, signore: son partito di mia spontanea volontà e tornerò quando mi piacerà di tornare!

La sera stessa si congedò dagli amici.


Il calesse andava in tutta foga. Massimo rivedeva le successive poste con gioia crescente; ognuna di esse significava tante miglia di meno da fare. Ed ecco che a un tratto, la figura del cavaliere Mazel gli si venne a cacciar nella mente.

— Va bene — pensò il giovane, — a Torino, sì, ma solamente per Liana.

Invece d’andare al palazzo, prese alloggio alla Dogana Vecchia.

XV.

Un bel giorno di Pasqua, l’8 aprile 1798! Un bel sole caldo, ma non ardente, rasciugava il terreno e seccava le pozze; un’auretta tepida e gentile correva per le strade e per le piazze, batteva alle cantonate, scivolava rasente ai muri, frugava nei chiassolini e nei vicoli. In alto le rondini fendevano l’aria con mille voli leggieri e bizzarri, e salutavano garrendo la natura ringiovanita.