La città prese di buon’ora l’aspetto gaio e animato dei giorni festivi; più tardi, nelle vie gremite di gente, comparvero le vesti di mussolina, i calzoni di nankin, gli ombrellini, i ventagli.
Quella mattina anche Massimo si alzò presto, e venuto sotto il portone dell’albergo, si fermò a guardar nella strada.
Guardava, ma non vedeva; il suo pensiero vagava di cosa in cosa confusamente, e si arrestava mesto su Liana.
Ella gli aveva fatto, al suo ritorno, un’accoglienza serena e tranquilla, che a lui era parsa gelida. Si ritrovava con lei ogni giorno, come per il passato, ma la lasciava sempre più disanimato e dolente.
Eppure Liana non s’era cambiata, ma a lui non bastavano più le dimostrazioni semplici e quiete d’un tempo. Il suo amore acquistava possanza e voleva progredire. S’egli avesse almeno potuto illudersi! Scorgere almeno nella simpatia blanda, ma costante di lei, qualche indizio d’un’inclinazione nascente! Non c’era da sperar nemmeno tanto; e s’accorgeva, con profonda amarezza, d’aver sognato assai più del convenevole nel breve tempo ch’era stato lontano. Che bel guadagno aveva fatto a partire! Che scapataggine! E se ne diceva tante e poi tante. Ecco che adesso si sentiva nel cuore qualche cosa che prima non c’era: un’agitazione più acuta e febbrile, un miscuglio indefinibile di aspirazioni elevate, di desiderii torbidi, d’improvvise fiacchezze, d’oscuri sgomenti. Oramai non aveva più un pensiero dal quale ella fosse esclusa. Non si dava più cura di veruna cosa, nè s’induceva più a operare neanche in utile proprio.
La sua presenza a Torino non era certo più ignorata dai suoi: i parenti e gli amici che l’avevano visto, dovevano essersi procurato il piacere di avvertire la contessa. Perchè dunque continuava a star all’albergo? La cosa non aveva più opportunità, pure ammettendo che ne avesse avuta.
Nelle ore che non passava in casa Oliveri, moriva di noia. Andava vagando per le vie remote della vecchia città, mangiando alla peggio un boccone in qualche osteriuccia, poi rientrava stanco all’albergo, e stava lì, senza sapere cosa fare di sè, nell’andirivieni dei vetturali, dei conduttori, dei cavallari, dei mercanti d’olio o di grano; infastidito dal loro vociar triviale, nauseato dalle loro maniere villane e plebee; offeso, urtato, ferito dal profondo contrasto fra le molli fantasie, a cui era avvezza la mente, e quella ruvida e volgare realtà.
Quando gli venne a tedio lo star fermo, si avviò verso la piazza delle Erbe, coll’idea vaga di entrare nel caffè di Chiaffredo Molineri, per leggervi la gazzetta, come usava qualche volta. S’avvide, guardando intorno, che era festa, e festa solenne. Questo gli parve un ottimo augurio, senza sapere il perchè. Doveva andar subito da Liana a darle la buona pasqua? Perchè no? Certo le sarebbe grata di questo suo pensiero gentile. Si poteva fors’anche combinare una passeggiata fuor di città. Si meravigliò di non avervi pensato prima; e attraversata Doragrossa, entrò nella rete delle piccole strade ch’egli prendeva in quei giorni per recarsi in contrada Nuova.
— Bravo! — esclamò l’avvocato, vedendolo comparire. — Signor conte, lei capita a tempo! Mi aiuti a persuadere questa testolina, che a star in casa con un tempo sì bello è un voler far ingiuria a Domeneddio che ce lo regala!
La signora Ughes era seduta presso la finestra, col viso un po’ chino sul petto; voltò la testa per salutar Massimo, e intanto rispose sorridendo lievemente: