Rimasti soli, Massimo si avanzò un poco e, messosi a sedere, considerò Liana fredda e insensibile come una statua.

— Bisogna assolutamente ch’ella guarisca — diss’egli a un tratto, energicamente.

— Non sono malata, — rispose Liana, senza guardarlo.

— Lei deve cercare di distrarsi, di farsi animo... Dar retta a chi le vuol bene...

— Oh se bastasse dire: via tristezza, vattene!...

Massimo tacque, ferito non dal senso di quelle parole, ma dal tono acre con cui ella le aveva pronunziate.

Nè l’uno, nè l’altra provarono più alcun desiderio di parlare. I minuti passavano, e nulla veniva a toglierli quell’imbarazzo, che si faceva pesante, angustioso.

Dopo un poco egli credette d’accorgersi ch’ella guardava il terrazzino, mal comprimendo un vivo desiderio d’andarvi. Pensò che la signora nè poteva voltargli scortesemente le spalle e lasciarlo solo nel salotto, nè forse le garbava mostrarsi apertamente con lui in quel modo, a quell’ora.

— Bisogna lasciarla in pace, e subito — diss’egli tra sè. Ma sentì nell’alzarsi che avrebbe dato un anno di vita per restare ancora un momento.

Scese le scale pian piano, col cuore gonfio d’amaritudine.