— Non dovrei più tornare — pensava, — non dovrei più tornare. Che cosa vengo a fare? A rendermi sempre più antipatico, lo vedo chiaro. L’avvocato mi fa buon viso in apparenza, ma chi sa come mi trova noioso, chi sa che cosa dice di me dietro le spalle!
Voltò inconsapevolmente verso piazza San Carlo, poi si avvide che andava diviato a cacciarsi nella folla elegante che, udita la messa di mezzogiorno a San Filippo, traeva per la contrada di Santa Teresa al passeggio della Cittadella, confondendosi laggiù sotto gli olmi con quelli che venivano da San Lorenzo e da San Dalmazzo.
Era una compagnia ben poco confacente a chi avrebbe voluto piuttosto trovarsi solo in mezzo ad un deserto. Tornò indietro subito. Mentre ripassava davanti alla porta da cui era uscito, voltò gli occhi per caso a una carrozza tirata da un stupenda pariglia. Rimase stupefatto, scorgendovi dentro suo padre e sua madre.
Che voleva dir questo?! Il conte e la contessa Claris non avevano più nulla in comune da anni: nè appartamento, nè servitori, nè legni, nè tavola; era poi così raro che si mostrassero in pubblico insieme!
Chi poteva aver fatto il miracolo di ridurli a pace e concordia?
La gente, che sopravveniva fitta e continua, lo spingeva, lo urtava, non gli consentiva di fermarsi nè col corpo, nè con la mente. Sgusciava via infastidito verso una stradetta laterale, quando una mano finamente inguantata si posò sopra la sua spalla.
— Massimo! — disse nello stesso tempo una voce ben nota.
Il giovane si voltò brusco e accolse il cavaliere Mazel con un’occhiata feroce.
— Eh no! — mormorò questi con un fare carezzevole e mellifluo. — Sono una colomba, amico caro, ho nel becco un ramoscello d’ulivo, un bel ramoscello...
Uscirono insieme da quel pigia pigia, ed entrati nella stradetta, si tirarono alquanto in disparte.