— Son qui — disse Massimo: — mi vuol dir qualche cosa?

— Tante cose. Tuo padre e tua madre m’hanno dato l’incarico di cercarti, di trovarti, di parlarti. Mi proponevo di venir appunto al tuo albergo, alla... alla... alla... oggi o domani. Spiegami bene dove sei.

— Alla Dogana Vecchia — rispose Massimo.

— Ecco! E non alla Dogana Nuova, come asseriva Violant. Dogana Vecchia, va bene. Dalla piazza dell’Erbe, si va verso la contrada dell’Albero fiorito, eh? Deve farti un effetto curioso vivere da viaggiatore nella città ove sei sempre stato. Un’idea strana, originale...

— Verrò io da lei — interruppe Massimo, che intanto aveva potuto riflettere.

— Come sei gentile! Oggi? Domani?

— Oggi, se crede.

— Fra le quattro e le cinque, eh? Prima non posso e dopo nemmeno.

E si separarono con una scappellata e un inchino.

Alle tre e tre quarti, il cavaliere Mazel avvolto in serica zimarra a fiorami chinesi, steso sur una morbida coltre vermiglia, russava placidamente, sommessamente, da quel costumato signore ch’egli era. Una mano leggiera cominciò a grattar l’uscio pian piano, a più riprese, finchè il cavaliere si trovò desto senza il minimo sussulto.