La prima impressione fu di maraviglia: accadeva così di rado che il cameriere si attentasse di rompergli il dolce riposo pomeridiano! Aveva ancora gli occhi al soffitto, e cercava di raccapezzarsi, quando l’uscio si aprì.
— Il signor conte Claris figlio — susurrò Fiordelis, affacciandosi.
— Cospetto! — fece Mazel, rizzandosi a sedere e mettendo giù le gambe, senza però posare i piedi in terra. — L’avevo dimenticato.
Massimo entrò introdotto dal cameriere, il quale si ritirò subito.
— Accomodati — disse il cavaliere. — Un momentino e son da te. Se me lo permetti, mi rivesto. Stasera sono invitato in casa... Fammi il piacere di dar una strappata a quel cordone che hai lì dietro le spalle.
Massimo diede la strappata. Intanto il cavaliere spogliò la veste da camera e andò a sedere in una poltroncina bassa, davanti allo specchio. Fiordelis rientrò subito e lo avvolse tutto in un ampio e candido lino.
— Svelto, eh! — disse Mazel.
Il contino sedette in un seggiolone e, accavalciate le gambe, prese a dondolare fortemente un piede; il mobile scricchiolava, e questo gli pareva dovesse stimolare Mazel a spicciarsi.
Fiordelis rimediò prontamente al leggiero guasto prodotto alle chiome dalla pressione del guanciale; poi le rimbiancò leggermente, operazione che richiedeva mano pronta ed esperta in chi spargeva la cipria, immobilità e pazienza in chi la riceveva. Seguirono poi altre pratiche minute e raffinate. Un grosso astuccio di cuoio, rabescato d’oro, fornì tutto un forbito e lucente arsenale di cisoie e cisoine, spazzole, pettinini, limettine e nettadenti. Poi fu un maneggiar rapido e franco di alberelli, ampollette, vasetti e boccettine; e tosto si sparse per la stanza un complicato e squisito profumo di pomate e di cosmetici, di essenze e di aceti, tutti diversamente e intensamenti odoriferi.
Massimo si alzò, s’avvicinò alla finestra, e l’aperse.