— Fa caldo, eh? — domandò Mazel. — Apri, apri. — Soggiunse poi, rivolgendosi al cameriere: — Oggi sei eterno, sai!

Fiordelis si precipitò verso un armadio, lo spalancò; si videro appiccati abiti e soprabiti, sottovesti e calzoncini, tutti vari di stoffa e di colore, diversi di foggia e di taglio, quali semplici e schietti, quali adorni di guarnizioni, di gale, di ricami. Cavò fuori una leggiera giubba color verdemare, finamente vergata di bruno, e la mostrò al padrone.

— Ma che! — esclamò questi. — Sei matto? Dammi l’altra che è a dritta... No quella, l’altra, l’altra gris de souris effrayée... Ecco, e un gilet glacé. Bravo! Quanto ai calzoni... tengo quelli che ho. Cosa ti pare, Massimo?

Massimo approvò.

Mazel finì di vestirsi; mandò via il cameriere; prese sul cassettone e ripose nel taschino la sua ripetizione guernita di brillanti, con tutta la famiglia dei ninnoli ciondolanti; ritirò la tabacchiera, il mucchietto degli anelli e si buttò di sghembo sul canapè.

— Sempre contento — diss’egli, — contentissimo sempre, sai.

— Mi rallegro — rispose Massimo, senza sapere di che cosa intendesse parlare.

— Pettina a maraviglia. Non occorre ripetergli due volte le cose. Una perla di servitore, questo ex tuo Fiordelis... Adesso poi, se credi, possiamo cominciare a parlare.

Massimo, stupito di sentirsi così paziente, si pose di nuovo a sedere.

— Prima di tutto — diss’egli, — mi faccia il favore di spiegarmi perchè oggi mio padre e mia madre si trovavano insieme. Come, quando, perchè si sono riconciliati?