— Cosa pensi? Che ti voglia canzonare? In affari di cuore, non ammetto la celia. Nè la troppa severità, nè la celia. So anch’io che cos’è il cuore, quando batte sul serio. Ho il diritto, per la mia età, di parlarti un poco come un padre. Andiamo avanti, seguitiamo a discorrere.
Tornò al canapè, si prese la punta del naso fra il pollice e l’indice e pensò un momento.
Massimo aspettava muto, nero come un calabrone.
— Tu non devi dimenticare chi sei — ricominciò il cavaliere, — quello che conta la tua famiglia in Torino per antichità e per riputazione. Tu mi dirai che per noialtri nobili ormai è finita? Pare. Ma chi sa!... Il Re stesso ha creduto bene di toglierci i nostri ultimi, meschini privilegi col decreto di luglio. Sia fatta la sua volontà... Viviamo in un tempo bisbetico, ah, questo sì! Credi tu che nelle storie antiche si trovino fatti paragonabili a quelli a cui assistiamo? Tuo padre, che ha letto tutto, dice di no. Quel signor generale, alto quanto un soldo di cacio e magro come un lupo cerviero, che trova modo d’entrare in un paese come il nostro, alla testa d’un’orda d’uomini senza camicia, senza scarpe e senza calzoni, e lo attraversa, seminando da per tutto odio, spavento e maraviglia! Ti ricordi d’aver letto qualche cosa di simile quando facevi i tuoi studi?... Nel ’96 questo Bonaparte, non avendo di che premiare un capo di battaglione, gli regala un paio di stivali usati; nel ’97, ricevendo dal Re, nostro signore, un bel puledro sardo, con bardatura e pistole guernite con gli ultimi diamanti di Maria Clotilde, distribuisce agli ufficiali, che accompagnano il dono, tabacchiere, anelli e gingilli di gran valuta, e fa dare ai palafrenieri mance degne d’un Reale di Francia... Adesso poi non vuol forse andare a cozzar con le piramidi d’Egitto?...
— Scusi — brontolò Massimo, — ma come c’entro io in tutto questo?
Mazel, che aveva perduto affatto il filo del discorso, chinò il viso senza saper che rispondere; lo rialzò poi subito.
— Insomma — riprese egli con forza — tu credi alla eguaglianza, eh?
Il contino alzò le spalle.
— Tu credi — seguitò il cavaliere — che le differenze di nascita, di condizione, d’educazione siano tanti pregiudizi? Ebbene guardati intorno, non vedrai che ineguaglianza fra gli uomini, fra gli animali, fra le piante, fra tutto. Sempre il debole e il timido sottostanno al più forte. Metti alle prese una tigre e una pecora, o meglio fa un confronto tra un elefante e un moscherino, o piuttosto... In fine, se per costituire un’eguaglianza perfetta, occorre una stessa quantità di forza, di potenza, di ricchezza, d’ingegno, di studio, io non vedo due esseri eguali in tutto il creato. Mi vieni dietro, eh? Capisci quello che ti voglio dire?
Massimo fece un atto di assenso. Gli era nuovo quel fare cattedratico del buon cavaliere, e voleva vedere dove andasse a finire.