— È poco, sai.

Massimo uscì dalla stanza senza rispondere più nulla.

Discesero le scale l’un dietro l’altro, in silenzio; giunti al basso si salutarono cerimoniosamente e si lasciarono.

Il cavaliere si avviò verso casa Claris, ma dopo alcuni passi, si fermò:

— Cosa vado a dire? — pensò. — Che ho perduto il ranno e il sapone, ecco tutto; poichè già il frutto della mia predica non può essere che questo. Cocciuto come un rospo, l’amico caro. Basterà lasciarsi vedere stasera o domani.

E cambiò direzione senz’altro.

Massimo pure si allontanava meditabondo. Cos’era adesso quest’altra faccenda? Che cosa aveva voluto dire Mazel con quel suo viluppo di ciance? Era proprio un destino ch’egli avesse da far sempre con gente verbosa! — E pensava con certa avversione anche all’avvocato Oliveri.

Avrebbe poi voluto sapere esattamente quali potevano essere le intenzioni dei suoi; e per questo bisognava abboccarsi con loro. Vedendo da lontano che Mazel, dopo essersi soffermato un momento, tirava avanti diritto senza piegar verso il palazzo, si sentì fortemente tentato d’andarvi. Si mosse passo passo, agitato, combattuto da due sentimenti opposti: la vergogna di tornare come un pentito a confessarsi in colpa e a chieder perdono; la speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno. Ah sì! egli adorava la sua catena, sentiva che mai in eterno avrebbe avuto la forza di spezzarla; ma in quell’ora desolata quasi desiderava trovare chi l’avesse per lui, salvo a rammaricarsene dopo e a tutto tentare per riavvolgersela al cuore.

Sul portone e nell’atrio non c’era nessuno. In un baleno fu su, arrivò allo stanzino. L’uscio era socchiuso e così quello della camera di sua madre. Si fermò a questo, picchiò due colpi leggieri. S’udì rispondere:

— Avanti!