— Ti avverto — riprese la contessa, — a discarico di coscienza, che ti si offre una fanciulla distintissima per padre e per madre; erede della maggior parte del bene paterno... È bella ed intelligente; sono persuasa che ti farebbe felice. Vuoi prendere tempo a rispondere?
Massimo si alzò stringendo i pugni, mordendosi le labbra per vincere la commozione che lo pigliava alla gola. E tutt’a un tratto diede in un pianto dirotto.
La contessa non parlò, nè si mosse; aspettò che la foga del pianto si fosse allenita.
— Ma colei ti ha proprio stregato!? — mormorò poi, facendosi vicina. — Spiegami, spiega a tua madre perchè soffri così. Non ti ama?... Ti amerà. Dà tempo al tempo.
E con un fare festoso, affatto insolito in lei, lo spinse davanti a uno specchio. Tornò subito seria:
— Adesso andiamo — soggiunse, prendendogli il braccio. — Tuo padre sarà contento, molto contento di vederti. Passeremo la sera in famiglia.
XVI.
Il conte Annibale ricevette suo figlio assai benevolmente, come nei giorni in cui non aveva nulla da rimproverargli; riprese poi subito un contegno grave e riserbato, forse per fargli intendere che aveva perdonato, ma non dimenticava. Era un’idea sottintesa, e toccata spesso incidentemente, che le mancanze di Massimo venissero come segnate in un gran registro immaginario; il conte, nella sua bontà, talvolta si piegava e tirava mentalmente due righe in croce sull’una o sull’altra pagina, ma queste non impedivano mai di rileggere e di ricordare quanto era stato scritto.
Il conte, la contessa e il contino cenarono insieme.
Massimo aspettava con una certa ansietà che suo padre gli manifestasse le sue intenzioni; gli dicesse che cosa si voleva da lui. Ma quegli prese a discorrere di cose indifferenti e continuò finchè rimasero a tavola. Cominciò poi, quando furono passati nel suo gabinetto, un lungo elogio dei parenti, degli amici, dei conoscenti che in quegl’anni avevano data la vita per la patria e per il Re; seguì a questo una violenta ed abbondante invettiva contro certi tali che una volta altro non facevano che vantar l’antichità del loro lignaggio e i servizi resi in tutti i tempi alla monarchia, e adesso stavano zitti e cheti, ch’era una pietà a vederli, o mostravano una fiacchezza, una perplessità, una sfiducia peggiore e più dannosa d’un’aperta e dichiarata opposizione.