— Conosco uno — diceva egli, fremendo, — un ufficiale superiore che fu ferito nel secondo fatto dell’Authion; che guarito, continuò a combattere valorosamente nelle altre campagne. Invece di gloriarsene, si direbbe che adesso ne arrossisce: poveretto, si è trovato lassù perchè non poteva far di meno; se si è portato bene, non l’ha fatto apposta!... È un’ignominia!... Spira un brutto vento che fa girar le teste come tante banderuole. Però ve ne sono ancora degli uomini che non si lasciano smovere nè da paure, nè da speranze, nè da ambizioni. Ve ne sono ancora dei cuori d’oro, d’oro finissimo e senza mistura. Lo dico io che ve ne sono ancora!

Venuta l’ora in cui era solito d’andare a letto, porse la piccola e cerea mano a suo figlio perchè la baciasse.

— T’aspetto domani mattina alle otto in punto — disse poi. — Sii esatto.

Massimo non solo fu esatto, ma anticipò come sempre. Il cameriere lo introdusse nel gabinetto, lo avvertì sottovoce che il conte era ancora in camera e gli mostrò l’uscio socchiuso. Il giovane potè vedere, per lo spiraglio, suo padre curvo sull’inginocchiatoio che faceva orazione. Stette fermo, aspettando in silenzio, finchè sentì che aveva finito. Allora gli andò incontro, e gli chiese come avesse passata la notte.

— Hm! — fece il conte, — al solito, al solito.

Sedette alla scrivania, raccolse e ordinò prestamente alcune carte, poi si volse e guardò un momento suo figlio con freddezza sarcastica.

— Tu non devi saper più niente — diss’egli — delle cose di questo mondo. Tu vivi sulle nuvole, tu... Bene, adesso fammi il piacere di scendere quaggiù e di star a sentire.

Massimo prese una sedia e si collocò di fronte a suo padre.

— Sai, o non sai, — domandò questi — che la Repubblica Cisalpina ci ha regalato il conte Cicognara come nuovo ministro plenipotenziario, e la Repubblica Francese un nuovo ambasciatore che si chiama Ginguené?

Sì, Massimo questo lo sapeva.