— Meno male — brontolò il conte.

Tacque un momento, poi ripigliò sorridendo a fior di labbra.

— Un bell’originale questo Ginguené. Per farsi un’idea dei piemontesi, non ha trovato di meglio che leggere e rileggere Machiavelli. Cosicchè arrivato qui con la testa piena di questo e di chi sa quali strampalerie borgiane, non fa altro che sognare congiure, insidie, tradimenti, pugnali, veleni... Figurati che ha perfino saputo scoprire un non so che di finto e di malvagio nel sorriso del ministro Priocca!... Tanto Ginguené, come Cicognara, tra le loro istruzioni hanno quella d’incoraggiare, favorire, spalleggiare i rompicolli amatori di novità. Questi accennano a rizzar la testa sempre più; e il Governo dovrà cercar presto il bandolo di qualche altra brutta matassa giacobina.

Qui il cameriere fece entrare Mazel. Questi salutò il conte, e vedendo Massimo, fece un atto scherzevole che voleva dire: — Buon per te, che hai avuto giudizio! — Poi si gittò in una poltrona.

— Si parlava del nuovo ambasciatore — disse il conte.

— Ah ah! — esclamò il cavaliere. — Hai raccontato a tuo figlio l’ingresso a Corte del citoyen Ginguené? La presentazione delle credenziali? No? Cospetto! Prima di tutto, bisognava vederlo con quell’abito pomposo, col sciabolone al fianco! Poi ha cominciato a parlare, con una certa faccia, con certi gesti, arrotondando certi periodoni: — Sire, il Direttorio, il Direttorio, il Direttorio... E non la finiva più col suo Direttorio. E come dev’esser rimasto vedendo Sua Maestà così semplice! Sentendo che invece di rispondergli con altre magnifiche ciance, gli domandava se avesse fatto buon viaggio, e come stava la signora!... A proposito, e la presentazione di questa alla Regina! La citoyenne Ginguené a Corte! Un altro bel fatto. Il predecessore Miot s’era già presentato all’udienza con stivali e sproni, ma almeno aveva lasciato che la moglie vestisse l’abito di Corte; come del resto ha pur fatto la contessa Cicognara. Ma Ginguené no, cospetto! Repubblicano lui, repubblicana naturalmente la sua metà. — La Corte è in lutto? Bene, ti vestirai di bianco: veste bianca, calzette bianche, tutta bianca dalla testa ai piedi; ultima moda e avanti! Vedremo cosa saprà dire questo Re, questa Regina, e il loro circolo di aristocrates, di aristocruches, d’aristochiens! Nessuno ha mostrato d’accorgersi, et voilà!... Buon giorno, Violant. Complimenti; siete il primo, o quasi, stamani!

Salutava così il rubicondo e corpulento marchese, senza badare che questi lasciava dietro di sè l’uscio spalancato. Lo seguivano infatti quattro altri signori, ai quali il conte distribuì sorrisi e strette di mano. Li pregò poi di sedere, e rivolgendosi a Violant, gli domandò del figlio.

— Mah! — rispose il marchese, stringendosi nelle spalle. — Sarà rimasto addormentato!

Massimo comprese che quella radunanza non era casuale e doveva essere stata preceduta da altre; girò gli occhi intorno per riguardare i presenti. Aveva a destra l’abate Arbaudi; un ometto vivo, ciarliero, petulante, avvezzo a considerar tutte le cose come attraverso due rosee, fantastiche lenti, a vederle non quali erano, ma quali le avrebbe desiderate. A sinistra il cavalierino Di Capolea, grande ottimista anche lui. Egli era appunto nel maggior brio della sua giovinezza; non pensava che a farsi abile nel maneggio delle armi, non sognava che allori, non parlava d’altro che di vincere o morire per il Re. Sedeva di rimpetto il conte Micard, di Tournon, rimasto a Torino in grazia ad un articolo del trattato di Parigi, che autorizzava il Re di Sardegna a mantenere al suo servizio emigrati savoiardi e nizzardi. Costui era di quegli uomini rinomati, i quali par che diano, a chi ha il bene di usar con essi, qualcosa della loro pomposità. Egli poteva vantarsi di aver saputo dar fondo signorilmente a un vasto patrimonio; d’aver passata una parte della sua gioventù a Versailles, e di ricordare, così un po’ alla lontana, Luigi Stanislao Saverio, conte di Provenza. Questa rassomiglianza era stata da lui coltivata, perfezionata, studiata fin nei particolari più minuti e leggieri. Per esempio, egli non si separava quasi mai dalla sua mazza; mollemente sdraiato in un seggiolone o sur un sofà, si baloccava in più modi con quella, ficcando molto spesso il puntale in una scarpa, per imitare un vezzo del suo illustre modello. Raccontava poi volentieri aneddoti e storielle licenziose, lanciava motti piccanti, si divertiva a far gl’indovinelli, a parlar per enigmi; e non c’era chi lo superasse nel dar arguto risalto alle cose più libere e più scandalose.

Il barone Claudio Brunel stava immobile, ritto nel vano di una finestra. Coi suoi capelli canuti, la fronte rugosa, il naso aquilino, il labbro di sotto allungato in fuori, pareva l’immagine della severità e del rigore. Era questi un vecchio ufficiale, pieno d’onore e di energia, ma ancor contristato dall’inutilità degli sforzi fatti durante le passate campagne; corrucciato dal modo con cui era stata troncata la guerra; tormentato dal sentirsi radicata in cuore la certezza che la monarchia precipitava a certa ruina.