Il conte Annibale pure era rimasto in piedi; parlava da un momento, con le spalle alla scrivania, guardando ora l’uno, ora l’altro di quelli che lo ascoltavano; e ad un punto, avvedendosi dagli occhi di Massimo ch’ei non era più lì con la testa, lo ammonì di star bene attento, perchè poteva per avventura venir chiamato a dar qualche parere anche lui. Riprese poi subito il filo del discorso per dire come gli paresse veramente venuto il momento di formare in Torino un forte nucleo di gentiluomini, alieni da ogni ambizione e da ogni cupidigia; i quali, lasciate a parte tutte le altre questioni che occupavano le menti e agitavano gli uomini, non pensassero ad altro che a sostenere francamente, gagliardamente i diritti della Casa di Savoia.
— Bisogna — proseguì egli — aver l’accortezza di non lasciarsi distrarre da nulla; non pensare che allo scopo. Il fine loda l’opera, signori miei... Si potrà poi, si dovrà anzi, cercare fautori e aderenti nelle altre città.
— E nelle campagne! — esclamò l’abate Arbaudi. — Questo è importante.
— Meno di quello che lei crede — disse Di Capolea. — I campagnuoli sono tutti devoti al Re.
— Tutti mi pare un po’ troppo — osservò Mazel.
— Creda, non esagero — replicò il cavalierino: — la cosa è così.
— Tanto meglio, tanto meglio! — ripigliò l’abate. — Allora sì, allora si può pensare sul serio a trasformare il Piemonte in una nuova Vandea. Per questo sarebbe indispensabile aver con noi tutti i parroci. La voce del prete, in Vandea, sollevò e scatenò contro i bleus migliaia di uomini!
— Signor abate — disse il cavalierino, — creda a me, non è necessario guardar tanto in là. Basterebbe che i contadini imitassero tutti l’esempio dei nostri barbetti, veri eroi.
— E veri briganti — susurrò Violant.
— Non combattono secondo l’arte della guerra, ma che importa!