Puntò un tacco sul pavimento come volesse sfondarlo, agitando nervosamente la punta del piede.

— Eheee — soggiunse concitato — adesso è tardi... Spezzarla la spada, non consegnarla al vincitore! O buttarla via, visto che non serviva, e dar di piglio a una falce, a un tridente, ad un randello. Allora sì, perdinci, allora sì!

Quand’egli ebbe finito, nessuno aperse bocca per un pezzo; tutti si aspettavano un altro ragionamento, un’altra conclusione, e si guardavano un po’ sconcertati.

Massimo solo non poteva staccare gli occhi dalla faccia del vecchio militare; vi vedeva tutta la maestà di un’anima elevata, e, mentre la riverenza l’avrebbe mosso a inchinarsegli e ad imprimere un bacio rispettoso sulla sua destra abbronzata ed incallita, il cuore si espandeva per una dolcezza ineffabile, quale non aveva forse provata mai nella compagnia dei suoi genitori.

Finalmente il conte Annibale riprese la parola:

— E così, signori, quando ci rivedremo? Bisogna fissare fin d’adesso un nuovo convegno.

— Giovedì, alle tre, in casa mia — disse Violant.

— Alle tre non posso, alle tre non posso! — esclamò l’abate. — Se fosse di sera...

— Giovedì sera, giovedì sera — ripetè forte il conte Annibale. — Siamo intesi?

Vi fu un breve mormorìo di acquiescenza; poi tutti si alzarono. Brunel salutò militarmente ed uscì il primo. Massimo lo seguì subito: gli pareva di doverlo ringraziare per aver espresso idee ch’erano pure le sue, per le quali aveva sopportato amarezze e rimproveri. Non osò. Discese lo scalone, attraversò l’atrio dietro di lui, e si fermò sulla soglia del portone. Dopo un momento gli passò accanto, salutandolo con un sorrisetto, l’abate Arbaudi. Mentre lo guardava allontanarsi franco, con la testa ritta, mostrando la bella gamba, udì camminare e parlare dietro le spalle.