Un giorno ch’egli finiva svogliatamente di desinare, prima di recarsi ad uno di questi uggiosi convegni, il servitore lo avvertì che un signore desiderava parlargli.
Massimo spinse via il piatto, si alzò seccato e passò nella stanza vicina. Vi trovò Oliveri peritoso, ossequioso e sorridente, che dopo una farragine di scuse, di cerimonie, di complimenti, cominciò ad esporre le ragioni che l’avevano indotto a venir disturbare, in quell’ora indebita, l’illustrissimo signor contino.
— Stamane — diss’egli, — essendo uscito per far due passi dopo colazione, come mi ha raccomandato Chiovetti, ho visto diversi capannelli in piazza San Carlo; pensando che qualche cosa bollisse in pentola, ho cercato subito di avere informazioni. Così venni a sapere che i nostri patriotti — dico nostri per modo di dire — minacciano un grande attacco alla periferia del Piemonte, ma un attacco serio, sperando forse in un movimento interno che li aiuti a scombussolare ogni cosa... Io già lo prevedevo, sa. Da qualche tempo è ricominciata la grandine dei libercoli, dei proclami, dei foglietti incitanti il popolo a rivoltarsi, i soldati a disertare. I brulotti, insomma, quelle navicelle piene di materie combustibili e di fuochi artificiali delle quali si fa uso in guerra per incendiar ponti od altre opere di legno e dar fuoco alle grosse navi nemiche. Lei le sa meglio di me queste cose. Veniamo al punto. Torno a casa, trovo mia figlia con un viso così ingrullito, così melenso, che proprio faceva rabbia. — Aspetta, aspetta! — dico io. E le do le nuove. Misericordia! Non l’avessi mai fatto! Sgranò tanto d’occhi, e si mise a tremare, come se battesse la febbre. Cosa vuole? Tutto questo combina con un sogno che ha fatto stanotte e con certi suoi presentimenti... Si figuri! E voleva scendere nella strada per sentire, per sapere, benchè Menica avesse già messo in tavola... Basta; ho ingollato in fretta un boccone e son venuto qui a importunar lei, sperando d’ottenere dalla sua amabilità qualche particolare di più.
Massimo guardò l’orologio. Mancavano pochi minuti all’ora fissata, e doveva ancora andare fino al palazzo Violant. Si scusò con l’avvocato, promettendo formalmente di venire, appena libero, a comunicare alla signora Ughes quanto avrebbe potuto raccogliere.
Uscirono insieme e si separarono appena fuor del portone.
Giunto in casa Violant, Massimo si avvide subito che non aveva bisogno d’interrogare e che gli bastava di star a sentire. Non si parlava d’altro che del nuovo subbuglio. Pareva d’essere in una di quelle giornate d’estate, in cui, dopo un’afa e un ardore insopportabile, s’ammontano per aria nuvoloni scuri, bianchicci, cenerognoli; i lampi sanguigni guizzano per ogni lato, e s’aspetta ansiosamente per vedere se s’incomincia coi goccioloni, oppure con la grandine.
Si parlava, fin dagli ultimi di marzo, d’un conciliabolo tenuto a Milano dai rifugiati piemontesi, con intervento di alcuni ufficiali disertori venuti da Vercelli. S’era poi saputo che costoro, d’accordo col Comitato rivoluzionario di Genova e con altri giacobini residenti nel Delfinato, avevano stabilito di violar la frontiera e penetrare in Piemonte. E le notizie si erano venute facendo più precise e più gravi. Il generale Fiorella, comandante della guardia nazionale di Milano, e i piemontesi Baratta, Rossignoli e Soman erano riusciti a mettere insieme da sette a ottocento uomini, un guazzabuglio di piemontesi, lombardi, veneti, francesi, polacchi, dalmati, corfiotti, americani; e a fornir loro abiti, fucili e cannoni. Costoro si andavano attruppando sui confini dell’Alto Novarese, sotto gli ordini di Seras, aiutante di Brune, e di due ufficiali francesi: Lions e Léotaud.
Si aggiungevano a queste altre voci sinistre. Si affermava, si smentiva, si confermava che i repubblicani si disponessero pure a scendere nelle valli Valdesi. Si dava per certo che dalla Liguria movessero due torme: la Divisione del mezzodì, condotta da Spinola, nobile genovese, da Pelisseri e Trombetta, piemontesi, e afforzata da una mano di finti disertori francesi, provenienti da Tortona e comandati da Camillo Guillaume; l’Armata infernale, guidata da Giuseppe Tordo.
In casa Violant si facevano già i nomi degli ufficiali destinati a contrastare ai ribelli. Il brigadiere Policarpo d’Osasco, aveva l’incarico di ributtare le bande liguri. Il conte Del Carretto di Millesimo, colonnello del reggimento Torino, e Alciati, colonnello dello stato generale, dovevano rintuzzare l’orgoglio di quel maledetto Seras o Serassi, chè chi lo chiamava in un modo e chi in un altro. Una colonna formata dai reggimenti Cuneo, Acqui, La Marina e Mondovì, comandata da Avogadro di Ronco, andava a mettersi a disposizione di Dellera, governatore di Mondovì, per guardare le valli dell’Ellero, del Tanaro e delle due Bormide.
— E a Pinerolo? — domandava qualcuno. — Chi ci pensa?