— Il marchese di Ceva, se non mi sbaglio, — rispondeva un altro.
— Meno male. Perchè, ehi! pensando a Pinerolo, si copre la capitale, si copre la capitale!
Si annunziava pure imminente la pubblicazione d’un bando, nel quale Sua Maestà avrebbe, come già altre volte, sollecitato i sudditi fedeli ad armarsi per cooperare coi soldati al mantenimento dell’ordine; promesso perdono ai disertori ed a quanti s’erano già uniti ai ribelli; minacciato di far passare per le armi chiunque si ostinasse a non cedere.
Al palazzo Violant, oltre a quelli che vi si erano dato l’appuntamento, si trovavano in quell’ora molti amici e congiunti, venuti per portare o avere notizie, e discuterle per lungo e per largo. La sala, nella quale sono i due stupendi arazzi di fabbrica torinese, disegnati da Beaumont, era piena, vi si soffocava. Il marchese diede l’ordine di aprire il salone contiguo, uno dei più grandi della città, di semplice ma nobile architettura, ornato di pregevoli sculture dei fratelli Collini. Si popolò in un momento; e allora nella sala degli arazzi non rimasero che gruppetti qua e là che si parlavano stretti e concitati.
Massimo era ben ragguagliato, oramai; vedendo che nessuno badava a lui, neppure il severo genitore, se la svignò.
Pochi minuti dopo arrivava in contrada Nuova e saliva di corsa la scala dell’avvocato. Questi era solo nel salotto, sdraiato nel suo seggiolone con un foglio in mano. Vedendo entrare il contino, si levò in fretta gli occhiali e si alzò.
— Ebbene, che nuove abbiamo? — domandò egli. — Sulla gazzetta non c’è ancor niente, proprio niente. S’accomodi, chiamo subito mia figlia.
Liana entrò in quell’istante.
— Grazie! — diss’ella al giovane. — L’aspettavo con tanta impazienza! Mi fa il favore di parlare?
Si lasciò andar sur una seggiola, ch’era a fianco dell’uscio, e stette attentissima.