Massimo riferì, più ordinatamente che potè, quanto aveva inteso.

Quand’egli ebbe finito, Liana alzò gli occhi con un moto leggiero della testa all’indietro, come se affissasse lo sguardo smisuratamente lontano.

Dopo aver pensato un momento, il contino aggiunse altri particolari, che gli parevano curiosi. Quel Seras o Serassi, spedito dal generale Brune a diriger le mosse d’una delle colonne repubblicane, era piemontese, nato a Pinerolo. Essendo alto della persona, tutto ben rispondente e proporzionato, aveva preso servizio nella guardia del corpo. Messo in arresto per aver sedotta in Isvizzera la figlia di un ministro protestante, visto che per certa intromissione diplomatica la scappata poteva costargli cara, s’era rifugiato in Francia, mentre appunto l’antico regime andava a rifascio. L’animo ardito, l’aspetto maestoso gli avevano procurato il grado di ufficiale superiore.

Liana si alzò d’improvviso, si accostò vivamente, brillando negli occhi.

— Dunque — diss’ella — i patrioti si avanzano da tre parti. Dove sono adesso quelli che vengono di Francia?

— Par che siano ad Abriez — rispose Massimo, — un piccolo borgo...

— Chi li comanda?

— Ho sentito vari nomi, fra gli altri quello di Andrea Chantel, ex ufficiale di artiglieria, fratello dell’avvocato condannato a morte e giustiziato nel ’94.

Liana battè con forza le mani, esclamando con accento profondamente convinto:

— Luigi è con loro!