— Va, va! — interruppe sua moglie, — per amor di Dio, va subito!
Il ragazzotto tornava indietro, vociando:
— L’ho già qui, il medico, l’ho già qui! È quel di Murello.
Ughes lo seguì rapidamente. Appena di là dal cancello, si trovò attorniato dai servitori, che con voce sommessa ed in aria compunta, volevano ad ogni costo ragguagliarlo di tutto. Ma un giovane, alto di persona e di signoril presenza, balzò fuori, gli afferrò un braccio, lo trasse in casa, poi su per una scala fino a un gabinetto buio, dove intravvide una forma femminile distesa sur un canapè, e alcune altre persone che si davan gran moto all’intorno.
Il medico spalancò la finestra, pregò si lasciasse aperto anche l’uscio per stabilire subito una corrente d’aria pura; poi si appressò all’ammalata.
La contessa Polissena era smorta smorta, aveva le palpebre abbassate sulle pupille immote, madide le tempie. Ughes le spruzzò un po’ d’acqua in viso, le accostò alle nari una boccettina che aveva con sè; e, dopo un poco, vide che riapriva gli occhi e cercava di raccogliere gli spiriti smarriti. Come poi gli parve tempo, ordinò alle donne di trasportarla pianamente e senza scosse nel suo letto, e uscì sul pianerottolo, seguìto immediatamente dal contino e dal cavaliere Mazel. Tutti e due gli stavano alle costole susurrando:
— Ebbene? Ebbene? Ebbene?
— Niente di grave — rispose Ughes; — uno svenimento, una cosa passeggiera.
— Eh? — fece il cavaliere, volgendosi a Massimo — l’ho detto subito che si trattava d’uno svenimento. Però, non capisco: conosco la contessa da anni e questa è la prima volta che le succede un simil caso. Cospetto! ci ha fatto impaurir tutti. Ci dev’essere un influsso: nemmeno io non mi sento proprio bene. Ogni tanto ho certi sfinimenti che appena mi reggo ritto. In questo momento, per esempio, ho una languidezza di stomaco della quale è difficile farsi un’idea.
— Qualche volta basta l’appetito — disse Ughes, blandamente.