Massimo teneva le braccia incrociate, il capo chino sul petto.

— Che farò quando Liana sarà partita? — diceva tra sè. — Che farò domani, tutta la giornata? Che farò doman l’altro? Adesso, quando non sono qui, passo le ore aspettando il momento di venire. Che sarà di me se non trovo un impiego del tempo, una maniera qualunque di vivere?

Liana era ancor lì, e gli pareva già lontana! Sentiva i suoi passi presti e leggieri, distingueva il gemere d’un cassetto aperto e richiuso, il cigolar d’un’imposta, il fruscìo lieve d’una stoffa maneggiata e piegata. La fantasia gli mostrava la camera, dove non aveva mai posto il piede, in tutti i più minuti particolari; e quella era una tortura indicibile. Con che febbre, con che foga ella si apparecchiava a partire! In quel momento si sentiva forse già nelle braccia dell’uomo col quale aveva continuato a vivere spiritualmente, del quale attendeva appassionatamente il ritorno. Non c’era dubbio: Ughes era vivo. Altrimenti egli avrebbe dato un avviso, o naturale o soprannaturale, a chi lo amava e lo aspettava così. Era vivo, era vivo e sarebbe tornato, e se la sarebbe ripresa per sempre...

Massimo sentì una trafitta al cuore acuta, penetrante, quasi materiale; balzò in piedi e, per farla finita, si accostò all’avvocato.

— Vorrei fare i miei saluti alla signora — diss’egli, — se si potesse...

— Per Bacco! — esclamò Oliveri. — Liana! E il conte? Diamine, almeno un po’ di...

— Mi perdoni — disse Liana, ricomparendo.

Porse la mano al giovane, che la prese con ambo le sue.

L’avvocato spianò gli archi delle ciglia, sorrise, come faceva sempre quando li vedeva d’accordo e vicini.

— Buon viaggio — mormorò Massimo. — Non posso voler la riuscita d’un’impresa che considero funestissima, micidiale al mio paese... Ma auguro a lei, con tutta l’anima, tutte le felicità che può desiderare.