— Dica lei, è un fatto che non si vedono più quelle belle esecuzioni che si vedevano una volta. Non per vantarmi, ma io ho assistito a certe operazioncelle, che farebbero venire i bordoni a chiunque. Lei non era mica a Vigevano nel ’66? No? Il 31 ottobre 1766! Io c’ero, io. Il reo principale era un certo Baudolino Testa, di Casal Bagliate, in provincia d’Alessandria; aveva per complici Giacomo Miladano e Gioanni Leonardo, tutti e due di Alessandria. Baudolino era accusato del premeditato, proditorio e barbaro omicidio di Domenico Fusi, suo padrone, consumato la notte dal 20 al 21 febbraio. Mi par che l’avesse percosso al capo con una stanga, mentre sonnecchiava in cucina vicino al fuoco, e finito a coltellate. Guardi che anima dannata! Poi se n’era andato portando via argenteria, gioie, abiti, biancheria, denari per il valore di cinque mila lire imperiali. Miladano, detto Pogarolo, e Leonardo erano convinti e confessi d’aver prestato aiuto e assistenza a Baudolino e d’aver diviso con lui il bottino. Razza di cani, eh? E noti che stavano anche a loro carico altri furti di mantelli e di vesti commessi a danno di parecchie persone. Bene, lei sa come la giustizia accomodò le loro partite?
— Cosa volete ch’io sappia! — rispose Oliveri.
— Furono condannati tutti e tre ad essere strascinati a coda di cavallo dalle carceri al luogo del supplizio; ad essere arrotati vivi sul palco con colpo nel petto, e scannati tanto che l’anima uscisse dal corpo; ad aver rotte l’ossa delle gambe e delle braccia e il loro corpo intessuto in ruota di legno e levato in alto per tutto un giorno; ad aver il capo spiccato dal busto, chiuso in grata di ferro ed esposto sopra una colonna alla porta detta di Novara. Baudolino poi, già torquito prima, come si dice, si ebbe per soprappiù l’applicazione di tenaglie infuocate per due volte in una spalla durante il tragitto, e l’esposizione sulla colonna, oltre che della testa, anche del braccio destro. La confisca dei beni poi, ben inteso. E se avesse visto che concorso! Era giorno di pubblico mercato; uomini, donne, bambini, non si poteva dar passo nè in qua, nè in là, a gittarvi del panìco, non cadeva in terra, sì la gente era ammassata.
Oliveri, che aborriva le cose lugubri o penose, si andava contorcendo senza trovar il modo di rompere le parole in bocca a colui.
Liana, immobile e muta, guardava la strada. Ella rivedeva quei luoghi per la terza volta. Era venuta con Luigi il primo giorno che si trovavano insieme, finalmente soli, pienamente liberi di soddisfare la bramosìa di parlar del loro amore, del loro avvenire. Un giorno di felicità ineffabile; ore fuggite come lampi! Era ripassata, tornando a Torino col padre: la campagna si stendeva intorno tetra ed avvizzita, ed il suo cuore stillava sangue. Adesso la primavera splendeva di nuovo in quella fertile, ridente pianura del bel Piemonte, ed ella cercava invano di rintracciare qualche pensiero, qualche sensazione, qualche rimembranza anche confusa, anche indistinta del suo primo viaggio. Il viaggio di nozze! Che strana caligine offuscava il punto più luminoso della sua vita!
— È dunque vero — diceva tra sè, — che i ricordi dolorosi s’improntano nel cervello con ferro rovente, e che tutto il resto si perde e svanisce?
La volta azzurra era ancor ragnata qua e là; grandi ombre correvano sui prati e sui campi, ma la magnifica giogaia lontana s’ergeva smagliante nel sole. L’avvocato non ascoltava più le ciance del vetturino, teneva gli occhi fissi sur un punto. Chi sa cosa diavolo succedeva lassù! Chi sa che spettacolo! Vie, aditi, passi asseragliati, ponti abbattuti, vecchie trincee riparate in fretta, nuove trincee costrutte in furia, soldati occupati ad afforzarsi nei luoghi elevati, squadre di montanari mandati ad esplorare le gole, artiglieria in cammino, munizioni in moto, apprestamenti guerreschi per tutto. Pensava alla possibilità d’un combattimento appunto in quell’ora; interrogava la forma e il color delle nuvole, disposto a trovar loro apparenza di fumo; tendeva l’orecchio se mai sentisse tuonare in gran lontananza le folgori di guerra. E perchè no? Non si avevano forse esempi di rumori, di suoni portati dal vento a distanze veramente incredibili!
— Mah! — sospirò poi. — Povera patria mia messa a soqquadro pei disastri d’una lunga, crudelissima guerra, per la sollevazione d’una parte del popolo, e minacciata adesso d’una nuova e fatale invasione!
Liana comprese, si scosse, si voltò anche lei verso le montagne, maravigliata di non aver pensato prima che Luigi forse le aveva già varcate, stava forse scendendo in Piemonte. Si concentrò tutta nel dolcissimo sogno, e non levò più gli occhi dalla bianchezza pura di quelle vette, sulle quali aleggiava per lei la più cara speranza.
Un calesse, che passò loro accanto, portò con sè tutte le riflessioni politiche dell’avvocato.