All’improvviso s’udì uno sparo; seguirono risate, applausi, voci clamorose, da lontano; un aprir d’usci e di finestre, un domandare, un accorrere, un abbaiar di cani, uno schiamazzar di galline. Poi si vide svoltare e venire avanti sulla strada maestra un militare robusto ed elegante, sur un bel cavallo grigio pomellato. Portava un gran cappello con pennacchio tricolore, un abito turchino, i cui galloni d’oro brillavano al sole; aveva ancor in pugno una pistola fumante e parlava con altri ufficiali che marciavano a piedi. Uno di questi teneva per le zampe l’anitra che aveva servito di bersaglio al suo superiore.
Il vetturino fermò subito e si affrettò a tirar la carrozza in disparte. Passò il gran cavaliere pomposo, che fulminò Liana con un’occhiata conquistatrice; passarono gli ufficialetti disinvolti e briosi; passò tutta la colonna francese, la quale pigliava un buon tratto di strada.
— Di dove vengono? — domandava Oliveri, sottovoce.
— Chi lo sa? — rispondeva Lesna: — forse da Cuneo.
— Dove vanno?
— Chi lo sa? Forse a Torino.
— Quello a cavallo è un generale, non è vero? M’ha l’aria d’un corso. Che sia Casabianca? Dicono che stia facendo un giro in Piemonte, per visitare tutti i posti. Poveri noi, è uno dei più arrabbiati demagoghi che siano al mondo!
Arrivarono senz’altri incidenti a Carignano, passarono le ore del rinfresco ai Tre conigli; e poi via per Lombriasco e Casalgrasso fino a Polonghera, ove piegarono verso Murello.
Erano appena entrati nella nuova strada, quando il vetturino si fermò per levare un sasso dal piede di un cavallo che non poteva più andare avanti. In quel mentre Menica, la quale dal posto che occupava poteva veder dietro il legno, inarcò le ciglia, alzò le mani ed esclamò:
— Oh guarda chi c’è qui!