Oliveri si voltò, scorse un misero ronzino magro, stecchito, che pareva vacillare sotto il peso di due uomini e d’una lunga sella che copriva la groppa fino alla radice della coda.
— Sai chi sono? — domandò egli alla serva.
— Quello che sta sul davanti della bestia è il notaio Arignani: lo vede il lucernone all’antica? L’altro, col cappello tondo, è certo un murellese anche lui... Il chirurgo è più alto, il barbiere è più largo... Toh, sa chi è? È lo speziale!
— Non lo conosco — disse Oliveri.
— Non può conoscerlo — proseguì Menica. — L’anno passato, quando lei è arrivato a Murello, egli era andato via.
E guardò Liana furtivamente. Ella, in quel momento, era così assorta nei suoi pensieri che nulla vedeva e nulla udiva.
— Aspetta! — gridò l’avvocato, vedendo che il vetturino, rimontato a cassetta, era per andare. E, memore delle cortesie ricevute l’anno prima dal notaio, volle scendere e movergli incontro.
Arignani lo raffigurò subito, si rallegrò assai di vederlo tornare a Murello, chiese premurosamente notizie della gentilissima signora Ughes.
— È qui — disse l’avvocato, — è qui con me; ci siamo tutti.
— Tutti! — esclamò Arignani, accentuando la parola. — Come tutti? Anche...