— Eh no, no, no — rispose Oliveri, crollando il capo. — Quello là chi sa dov’è andato a finire!

Bechio, col suo testone nelle spalle, stava cheto cheto e sogguardava l’avvocato.

Il buon notaio, giunto al legno, spinse il cavalluccio di fianco, facendo mille ossequii, mille inchini. Liana lo accolse con un sorriso, e aspettava ch’egli avesse finito i suoi salamelecchi per rivolgergli qualche parola gentile, quando, guardando dietro di lui, vide Bechio. Rammentò in un lampo chi era, la relazione che aveva con suo marito, come anch’egli fosse scomparso quasi nello stesso modo, quasi nello stesso tempo. Subito le parve di scorgere una connessione tra tutti questi fatti: il ritorno di costui era un augurio, una promessa; annunziava, forse precedeva il ritorno di Luigi! Si piegò tutta verso di lui, lo interrogò ansiosamente con lo sguardo... Nulla. Trovò una faccia dilavata, marmorea, priva d’ogni significato, d’ogni espressione.

S’incamminarono poi tutti insieme di passo, perchè lì la strada cominciava a farsi malagevole. Intanto si discorreva. Il notaio veniva da Polonghera, ov’era stato per affari concernenti la sua professione. Aveva condotto lo speziale con sè per compagnia. Questo era un viaggetto che non gli andava punto a genio. Avrebbe preferito recarsi una volta al mese a Saluzzo, a Savigliano, e magari a Cuneo, che una volta all’anno a Polonghera od a Ruffia, dove temeva sempre di essere riconosciuto per un buon murellese e accolto a suon di bastonate. Tutto questo a causa d’un odio antico, d’una vecchia ruggine che durava da secoli e che forse sarebbe scomparsa, quando si fosse riuscito a segnar bene i confini di ciascun paese. Con Ruffia s’era fatta da poco una specie di tregua, ma dalla parte di Polonghera non passava quasi settimana senza che accadessero guai. Un maledetto pezzo di pascolo, ove non cresceva che plon, un’erbaccia palustre e malsana, serviva di pretesto e di campo ad alterchi ed a risse, spesso sanguinose e qualche volta mortali.

— Nell’andata tutto andò bene, perchè nessuno sapeva... Ma adesso ci hanno visti... Se la passo liscia al ritorno, attacco un voto alla Madonna degli Orti!

— Già — diceva anche Bechio — finchè si è sul territorio nemico, bisogna guardarsi da vicino e da lontano: si fa presto a frombolare una sassata, a dare una schioppettata nella schiena. I torinesi non han niente a temere. Ma noi, eh, notaio? Noi, capperi!...

E stringendo l’occhio a quelli che erano nel legno, cominciò a rattrappirsi, a far le boccacce, a raccomandarsi a tutti perchè guardassero attorno e stessero all’erta.

Procedevano pian piano, il ronzino dinanzi, il legno dietro, non essendovi modo di avanzare altrimenti.

La strada s’andava facendo sempre più tortuosa e disuguale. Nelle vicinanze dei boschi e delle macchie che fiancheggiano la Varaita, s’ingombrò tutta di felci e di sterpi. Si abbassò poi fra prati e fra campi acquitrinosi, finchè entrò in un vasto terreno incolto, ove, sotto ai giunchi e alle cannucce, serpeggiavano, con lene corso, infiniti rigagnoli; i quali, trovando appunto in quell’avvallamento uno sfogo, vi fluivano dentro, gorgogliando da tutte le parti, si univano e correvano come in un comodo letto.

Intanto lo speziale non ristava dal ciarlare, dal torcere gli occhi e la bocca, agitandosi sulla sella come un vero scimmione.