— Oggi è il giorno di Santa Pistola! — mormorava Oliveri, seccato. — È la seconda che vedo per aria.
Lo speziale gettava frequenti occhiate verso una cascina, che sorgeva sulla sinistra, a un tiro di schioppo. Si sentiva da un momento un abbaiar rauco e rabbioso che si veniva avvicinando; e ad un tratto si vide sbucare dall’apertura d’una siepe un animale brutto e rabbuffato, con gli occhi rossi e le fauci aperte.
— Bada a te, che ti brucio! — gridò Bechio, e volle armar la terzetta, ma sia che il cane gli sfuggisse dal pollice, sia che l’indice premesse fuori tempo il grilletto, fatto sta che si udì la botta e la testa di Arignani sparì tutta nel fumo.
Liana si coprì il viso, l’avvocato si rizzò, Menica strillò, il vetturino arrestò i cavalli. Tutti, che avevano vista la direzione dell’arma, credevano che il notaio non avesse più il cervello nel cranio.
Arignani, stordito dallo scoppio, per poco non era balzato dalla sella, ma ignorando che la palla gli avesse rasentato la nuca, si voltò a guardare il bestione che scappava impaurito, e domandò sorridendo:
— Fallito, eh?
— Fallito, fallito — rispose Bechio — e ammiccando verso il legno, mise fuori un palmo di lingua.
Dopo un poco videro emergere tra gli alberi la punta del campanile ed il tetto del torracchione quadrato; poi scoprirono le prime case di Murello, bianche e basse, coi loro orticelli e coi loro cortili cinti da muretti e da siepi.
Liana, stretta alla gola dalla commozione, chiuse gli occhi e non guardò più, finchè non si sentì nell’abitato. Si soffermarono davanti alla cappella di S. Sebastiano; e, mentre l’avvocato e il notaio si promettevano reciprocamente di rivedersi presto e ricominciare le loro partite sia a chiacchiere sia a’ tarocchi, la signora disse allo speziale che lo pregava di venir a casa sua un momento, avendo gran desiderio di parlargli.
— Si figuri! — rispose colui.